Penso

Io, guardando la foto, penso a quelle vecchie signore ingioiellate che votano il Silvio convinte che davvero lui le stia salvando dalle orde di cosacchi stalinisti ammassate al confine con la Slovenia, desiderose (le orde) di stuprarle in chiesa, e penso a loro (alle signore, non ai cosacchi) che pensano “Eh, badalì che galantuomo, Silvio, riesce a fare i complimenti anche alle negre brutte, che stile, che uomo, ah, come mi garberebbe che anche il mi’ marito c’avesse questa popo’ d’educazione, e invece nulla, passa la sera a grattassi le palle sul divano mentre guarda Controcampo”.
E quindi concludo il pensiero pensando che è meglio non pensare, non leggere i giornali, non guardare le foto, non fare un cazzo che non sia dormire.
(poi ci sarebbe anche l’opzione “scopare”, quella andrebbe bene, ma ho la bambola gonfiabile sgonfia e a soffiarci dentro l’aria mi fa fatica)
Allegria!!1!1 Post parzialmente commemorativo con concetti random
E’ morto Mike Bongiorno. Meglio lui che io. Parliamone: no.
Ma parliamo invece di cose serie, che ci riguardano tutti da vicino: lo sapevate, voi, che se il bue dice cornuto all’asino è uno stordito e/o in malafede, mentre se invece l’asino dice cornuto al bue nessuno può obiettare alcunché? Perché non c’è un proverbio in tal senso? Perché nessuno se ne accorge? Perché Travaglio non ne parla!?!1?? $1GN0R4GG10. Io ci pensavo oggi, mentre davanti alla macchinetta del caffè commentavamo la morte di Màich e nessuno gliene fregava nulla (di Maykch, dico. Perché, insomma, la sua bella vita se l’è fatta, no?). E questo mi dà il coso, come si dice, il destro, per riagganciarmi a una cosa che ho notato, in relazione alla macchinetta del caffè. La cosa è la seguente:
Sulla macchinetta del caffè che è sul pianerottolo del mio ufficio, ad un certo punto, c’è scritto “bevanda al gusto di latte”. Tu metti dentro la macchinetta tot soldi, pigi il bottone corrispondente e lei ti dà una bevanda bianca che a vederla potrebbe anche essere sperma di koala, ma che la gente è portata a credere sia latte (a causa dell’immagine che sta sulla macchinetta, con un trionfo di tazze piene di latte, caffè, caffèllatte, tè, cinghiale in umido coll’ulive). Però non è latte. Secondo me, sull’etichetta accanto al bottone dovrebbe esserci scritto “bevanda al sapore di latte che però non è latte, si badi bene: è una cosa un po’ gelatinosa che sembra sborra di scimmia, fatta con l’acqua del rubinetto + una polverina bianca che sembra talco ma non è serve a darti l’allegria ma che per capirsi è tipo la sabbia delle spiagge bianche di Rosignano e che se ingerita può provocare improvvise mosse di corpo che a seconda di quanto improvvise te le provoca rischi persino di non arrivare integro al bagno, con grave nocumento della tua vita sociale, visto che non puoi offrire la bevanda al gusto di latte alle colleghe pensando che poi ti concedano delle cose che ti interessano (ad esempio il permesso di leccarle in determinati punti del loro corpo), se subito dopo aver ingerito la bevanda al gusto di latte cominci a fare dei rumori brutti con lo stomaco (tipo tempesta in lontananza, ma non tuoni, di rutti) e devi correre al bagno nella posizione del giaguaro raccolto su se stesso colto nell’attimo immediatamente precedente a quello in cui spicca il volo per ghermire la preda, che detto così sembra anche una cosa bella, ma se lo fai mentre ti stai cacando a spruzzo a diecimila decibel nei pantaloni non è che sia il massimo dell’eleganza, senza contare che a uno che conosco io gli ci volle proprio la lavanda gastrica e l’agguantarono per i capelli perché era più di là che di qua”.
Boh, a me sembrerebbe più corretto così, più onesto, però può essere che sia troppo pretenzioso io. Comunque, Mike Bongiorno una volta disse in diretta alla Ruota della Fortuna che bisognava votare Abberlusconi, e quindi mi stava simpatico come un trittico di meduse nelle mutande. Poi però mi ricordo che una volta trattò male Antonella Elia in diretta e mandò affanculo Sgarbi, e lì fece bene. Sicché, insomma, via, alla fine è andato pari.
(che poi, se campava un altro po’, alla fine vedrai che mandava affanculo anche Abberlusconi, che lo aveva tipo licenziato da fare i quiz coi bimbi cervelloni e lui c’era rimasto parecchio ma parecchio male)
Boh, non ho capito il motivo di questo post.
Ehy you
Prima di scrivere questo post ci ho pensato diversi giorni. Aspettavo che passasse l’incazzatura, e non è passata. Non credo che la mia opinione interessi a qualcuno, ma poi ho deciso di scriverlo lo stesso. Così. Mi fa comodo. Non ci sono i commenti, tanto non c’è niente da commentare.
E’ un periodo che, per motivi di cazzi miei, mi sento in preda ad astratti furori. Come Vittorini. Tutto quello che mi accade intorno mi trasmette emozioni piuttosto forti, quasi sempre negative. Spesso, in questi giorni, mi devo controllare per evitare di entrare in una sorta di permanente modalità Bersekr. A volte mi scendono proprio i lacrimoni, tipo di rabbia, e per cose che un tempo mi sarebbero sembrate cazzate indegne anche della minima alzata di sopracciglio. Maledetta menopausa, e io che non ci credevo.
Qualche giorno fa, quando mi è arrivata la notizia delle barche (italiane, maltesi, austrungariche, non è importante) mi sono sentito avvampare. Io sono uno che va per mare. Meno di quello che vorrei, ma ci vado. C’è, tra chi va in mare, una legge scritta e sancita da tutti i codici della navigazione del mondo, ma che era sentita e rispettata ancora prima che gli essere umani iniziassero persino a concepirla, l’idea di scrittura. E’ la legge che dice “chi è in pericolo bisogna aiutatarlo”. Se questa legge è esistita da sempre, non è perché l’uomo è buono. L’uomo non è buono, l’uomo è stronzo, e lo era anche quando ha iniziato a navigare. L’uomo è stronzo, ma sa che in mare non si può mai dire: oggi il naufragio è toccato a lui, ma la prossima volta potrebbe toccare a me; sarà meglio che l’aiuti, con la speranza che la prossima volta lui mi restituisca il favore. Non è altro che mutuo soccorso, una delle cose più intelligenti e naturali che esseri senzienti possano fare. Una cosa che conviene a tutti.
Cos’è che ci ha fatto tornare indietro? Che ci ha fatto regredire fino ai periodi in cui eravamo poco più che scimmie? Come si fa ad abbandonare in mare chi sai che ci rimetterà la vita? Chi sta morendo di sete? DI SETE, diocaro, di sete. In quale cazzo di mefitico brodo di coltura ci hanno tenuto a mollo per farci diventare delle bestie di tale crudeltà? Chi ci comanda? Che valori hanno? Come hanno fatto a trasmetterci il loro Nulla, a farcelo apparire normale, accettabile? Com’è che non ci ribelliamo?
Una cosa vorrei dire a quei signori che fanno le leggi anti-immigrazione. Io vi auguro, a voi che avete paura dell’extracomunitario, a voi che la massima strizza l’avrete avuta quando la guardia di finanza vi voleva chiudere la bottega di alimentari perché vi aveva beccato per la terza volta a non fare lo scontrino, a voi che avete paura della semplice presenza di una persona un pelo diversa da voi, perché anche la sua semplice presenza vi ricorda quanto il mondo sia grande e quanto voi siate chiusi nel vostro immaginario paradiso fatto di frazioni di paesi, di dialetti che capiscono in due, di assurde e inesistenti radici che possono accomunare al massimo trecento montanari di qualche vallata del cazzo, capre comprese; ecco, io vi auguro di trovarvi in mare, in un futuro non troppo lontano, completamente in balia dell’elemento. State scappando dalla vostra terra, magari in seguito ad un’invasione di terroni, i terribili predoni del Mediterraneo che si spostano raccogliendo pomodori da un campo all’altro, e adesso siete soli, alla deriva, con la sete che vi divora. Per due o tre giorni. Vi auguro di arrivare alle allucinazioni, alla necessità di dover bere l’acqua di mare. Vi auguro di veder passare pescherecci che non si fermano perché hanno paura di essere denunciati, o motovedette che invertono la rotta per ordine superiore. Però non vi auguro di morire, perché non avreste imparato niente. Spero che a quel punto qualcuno vi ritrovi, un attimo prima che rendiate l’anima al vostro dio celtico, e vi metta in salvo.
E poi ne riparliamo, di respingimenti.
Hey you,
Out there in the cold,
Getting lonely, getting old,
Can you feel me?
Hey you,
Standing in the aisle,
With itchy feet and fading smile,
Can you feel me?
Hey you,
Don’t help them to bury the light.
Don’t give in, without a fight.
Hey you,
Out there on your own,
Sitting naked by the phone,
Would you touch me?
Hey you,
With your ear against the wall,
Waiting for someone to call out,
Would you touch me?
Hey you,
Would you help me to carry the stone?
Open your heart, I’m coming home.
But it was only fantasy.
The wall was too high, as you can see.
No matter how he tried, he could not break free.
And the worms ate into his brain.
Hey you,
Out there on the road,
Always doing what you’re told,
Can you help me?
Hey you,
Out there beyond the wall,
Breaking bottles in the hall,
Can you help me?
Hey you,
Don’t tell me there’s no hope at all.
Together we stand, divided we fall.
Minatori

In questi giorni, per motivi di studio, sono immerso in un mondo fatto di minatori, lotte sindacali, crumiri, repubblicani, anarchici, socialisti e fascisti (che sarebbe un po’ il mondo dove dovrei essere nato io, se il mondo fosse una cosa fatta bene) (ma col cazzo che è fatto bene, il mondo, e infatti eccomi qua, a misurarmi coi sostenitori di Papi tutti impegnati nella difesa dell’inviolabile diritto, anche per i presidenti del consiglio, di andare a troie).
Sto leggendo diversi libri sull’argomento “minatori toscani dell’8oo e del ‘900″. Uno di questi è “I minatori della Maremma”, di Bianciardi e Cassola. Consigliatissimo a tutti, anche a chi dei minatori maremmani se n’è sempre sbattuto. Gli altri sono più tecnici, da storici, quindi manco ve li dico (a meno che non me li chiediate) (in ginocchio) (stronzi).
A me interessa capire come lavoravano i minatori, quanto stavano sottoterra, a che profondità andavano, cosa scavavano, quanto, quanto guadagnavano, cosa rischiavano, di cosa morivano, come si vedevano loro e come vedevano il loro mondo. Mi interessa anche capire come la pensavano, che idee politiche avessero, come si erano organizzati. Perché ad un certo punto si organizzarono: società di mutuo soccorso, leghe di resistenza, confederazioni, sindacati. Sto studiando tutte queste cose qui e mi è venuta in mente una storia che, se fossi un romanziere, ci scriverei un romanzo.
La storia è questa. C’è una miniera, in un borgo medievale della Maremma, una miniera di lignite, dove questi minatori – ex contadini che la scoperta del minerale ha fatto trasformare in operai – lavorano in condizioni proibitive: 10 ore al giorno, in cunicoli alti meno di due metri e larghi uno, a duecento metri di profondità, con un caldo e un’umidità assurdi. Il lavoro fa schifo e il rischio di morire (sepolti da una frana o cremati da un’esplosione di gas) è sempre presente. Ci sono scontri con la proprietà: tutele non ne esistevano, quelle che abbiamo noi (fino a che non ce le tolgono) sembravano un miraggio. Ogni piccolo passo avanti, anche le cose che oggi ci sembrano la soglia minima della più infima traccia di civiltà, andavano strappate ai padroni con lo sciopero, la contrapposizione dura, le botte (prese e date).
Siamo negli ultimi anni dell’800. C’è un gruppo di minatori in lotta. Tra loro ci sono vari caratteri: il giovane focoso, l’anziano saggio e scafato, il pavido filo-padrone (tipo cisleuil), il dirigente figlio di puttana e quello più o umano, che però alla fine è coerente col corso delle cose e fa comunque la sua parte fino in fondo, scegliendo di stare con l’azienda. Questi vengono tutti buoni per il romanzo, per creare l’intreccio, per cosare il coso. Non sono niente di troppo originale, ma se io fossi un romanziere non sarei certo un romanziere originale. Scriverei cose già scritte, racconterei cose già raccontate. Insomma, rischierei di vincere i premi letterari più cazzuti che abbiamo, via. Magari potrei mettere una storia d’amore tra il focoso e una ragazza del posto, una specie di pasionaria che lotta per i diritti dei suoi uomini e per i suoi, oppure tra il focoso e la figlia del padrone. La fica tira sempre, eh.
Il gruppo di minatori è lì che lotta per lavorare meno, per guadagnare di più, per non rischiare di morire nelle gallerie. Sono in sciopero da giorni, da quasi un mese. Nessuno ha ceduto, i crumiri non si sono visti, i sorveglianti dell’azienda non hanno picchiato nessuno e non ci sono stati episodi violenti. Ma tra gli scioperanti cominciano a vedersi segni di cedimento: non riscuotono la paga da giorni, la cassa della lega di resistenza è vuota, la gente ha semplicemente fame. Un uomo, un ragazzo del posto con moglie e due figli, senza nessun altro mezzo di sostentamento che non sia la miniera, decide di entrare al lavoro. Da solo.
Il ragazzo rischia il linciaggio da parte dei suoi colleghi più arrabbiati. Dal posto dove i minatori sono riuniti parte una squadra di operai: si dirigono a casa sua, vogliono picchiarlo. Se lui entrerà al lavoro, altri lo seguiranno e la dirigenza della miniera avrà vinto. Un mese di sciopero non sarà servito a niente, se non a fare la fame. Il gruppo raggiunge la casa del crumiro. Viene sfondata la porta, il ragazzo è afferrato mentre è a tavola con la famiglia ed è trascinato fuori. I suoi bambini piangono. Stanno per linciarlo. A quel punto interviene il vecchio operaio, quello saggio. Arringa la folla. Questo è quello che hanno sempre voluto i padroni: dividerci. Metterci l’uno contro l’altro, il povero contro quello ancora più povero. Non diamogliela vinta anche questa volta, non caschiamoci. Il ragazzo è disperato perché non ha di che nutrire i suoi figli: facciamo uno sforzo, un altro ancora, e aiutiamolo. Diamogli quello che abbiamo, quello che possiamo. I suoi figli potranno mangiare, e la prossima volta sarà lui che aiuterà noi.
Il vecchio finisce di parlare. I minatori lo hanno ascoltato. Abbassano i bastoni, fanno cadere le pietre che stringevano in mano, gettano via le corde con cui volevano fargli chissà cosa. Liberano il ragazzo. Gli portano ceste di frutta e verdura, formaggio, qualche raro pezzo di carne. Anche qualche soldo, un discreto gruzzolo. Il ragazzo sembra inebetito, piange. Sua moglie, una ragazzina poco più che ventenne e vestita di stracci, ringrazia tutti, incredula. Le altre donne le si stringono intorno, le ravvivano i capelli.
Il ragazzo non entrerà a lavorare. Continuerà a fare sciopero insieme a tutti gli altri. La lotta andrà avanti.
Fine. Io, il mio romanzo, lo finerei qui. Sarei contento di quello che ho scritto, ma ignorerei il fatto che la storia non è finita. Lo ignorerei perché lo vorrei ignorare, non solo perché sia tendenzialmente scemo. Lo ignorerei, dunque, ma la storia andrebbe ancora avanti, se fosse un romanzo vero. Il ragazzo, dopo aver preso i soldi della colletta, si licenzierebbe dalla miniera, e partirebbe con la sua famiglia per andare a cercare fortuna all’estero. In culo a chi rimane. Non piangeva perché si era commosso, piangeva per la rabbia di quelli lì, che gli sono sempre stati sulle palle, che si permettono di aiutarlo perché non ce la fa. Come se a non farcela e a farsi aiutari dai tuoi compagni ci fosse qualcosa di cui vergognarsi. E poi, prima di partire, il ragazzo farebbe ai carabinieri i nomi di quelli che volevano linciarlo, di quelli che gli hanno sfondato la porta di casa. Oh, la porta di casa! Di casa sua! Con quello che costano, le porte. E già che c’è, il ragazzo farebbe anche il nome del vecchio operaio, quello che non si chetava mai e aveva anche la pretesa di insegnargli qualcosa, quello stronzo. Cazzo voleva quel vecchio? Chi era per dirgli cosa fare e cosa no?
A quel punto, con la denuncia, gli sbirri possono finalmente intervenire. Fanno irruzione e arrestano chi dicono loro. I minatori più combattivi sono sbattuti dentro, anche il vecchio. La miniera fa intervenire i suoi sorveglianti-picchiatori. Lo sciopero è finito, la gente ha paura e riprende a lavorare. Per pacificare davvero la cosa, la dirigenza concede ai minatori un piccolo aumento di qualche lira. Nei libri di storia lo chiamano “paternalismo”. Il cottimo resta, il turno di lavoro di dieci ore lo stesso. La figlia del direttore non sposa il giovane operaio focoso, ma un industriale della carta, un lucchese eletto in parlamento tra le file del partito liberale.
Questo sarebbe il vero finale del romanzo, non quello che ho pensato io. Io mi sono fermato troppo presto. Ed ecco perché io non potrò mai essere un romanziere. Ed ecco perché il mondo va di merda.
Se io fossi un romanziere, il mondo sarebbe un posto migliore. O forse è il contrario. Non lo so, i finali non mi riescono bene. Né dei romanzi, né dei post.
E tu, Stato
Pare che abbiano trovato una canzone inedita di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Ne copincollo un pezzettino:
E tu, Stato
che tu sia ministro,
politico o magistrato
ci avete castigato
mettendoci di fronte
ad una tragedia
inaspettata e sconvolgente
e noi che lo vediamo
come vi agitate
per far pagare a noi
quarant’anni di cazzate.
Ma la sola vera riforma
delle istituzioni
è che ve ne andiate
tutti fuori dai coglioni

Ma guarda te a volte, le coincidenze
Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane.
Si costruiscono baracche nelle periferie.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano in 2 e cercano una stanza uso cucina.
Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10.
Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.
I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.
Dalla relazione sugli immigrati italiani dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, ottobre 1919. Pubblicata sulla quarta di copertina del numero 346 di “A, Rivista anarchica“, attualmente in edicola.
Oh, raga!!1 Hanno detto che mi pubblicano la tesi!!1!1
Se la metto a mie spese su Lulu.
E se non collego in nessun modo il mio nome a quello dell’università.
E se poi sparisco e non mi faccio più vedere da loro.
Mai più.
“Basta che ti levi dai coglioni”, hanno detto.
Bello, no?
Excusatio non petita ecc.
Ed eccomi qua, in forma come un catarro sul marciapiede. Sento, di fronte all’opinione pubblica tutta, il dovere di giustificare la mia lunga assenza: si tratta, tendenzialmente, di tutta una serie di cazzi mia che adesso però andrò a svelare, sì, ma non del tutto, una cosa tipo vedo/non vedo, in modo tale da caricare tutta la cosa di un certo fascino, da uomo sensibile che soffre ma non lo dà a vedere e ci scherza su, aumentando così la mia riconosciuta capacità di attrazione nei confronti delle PHIAE, dote naturale che già in passato mi ha permesso di avere stormi di amiche che poi la davano ai miei amici, però confidandosi con me e dicendomi che gliel’avevano data e si erano trovate abbastanza bene, a dargliela, e che quindi forse gliela avrebbero anche ridata. Mi è capitata una cosa che, quando succede alle donne, di solito poi queste vanno subito dal parrucchiere a tingersi i capelli, per dare un taglio al passato e far sapere al mondo che qualcosa è cambiato. Oppure vanno a rifarsi le tette, ché può darsi che oggi usi così e io sia rimasto un po’ indietro. Gli uomini invece si buttano molto più laidamente sulla combo “alcolismo & puttane” (cit.), ma io è un periodo che ho pochi soldi, quindi al massimo potrei buttarmi sulla più a buon mercato “birra del discount & raspe”. Cosa che ho puntualmente fatto, e come ti sbagli. Ma comunque, voglio farla breve (anche se mi sa che sia un pochino tardi): la mia vita, così come l’ho vissuta negli ultimi dodici anni, è cambiata nel giro di pochi giorni. Ci sono stati cambiamenti, trasferimenti, traslochi, più tutta una serie di altre cose di cui non ve ne fregherà giustamente una minchia. E quindi niente, faccio per dire, adesso vivo da solo. Ci sono cose buone e cose cattive.
Cose buone:
- Sei più responsabilizzato: prima, se lasciavi una cosa in giro, c’era la possibilità che qualcun altro, dopo qualche giorno, qualche bestemmia e qualche minaccia di morte (a vuoto), la mettese a posto. Adesso, se lascio una cosa in giro, va a posto, sì, ma col cazzo. O ce la metto io, al posto, oppure rimane lì. Ne ho avuto la prova con due torsoli di mela: li ho lasciati sul bancone per due settimane, e quei due bastardi non si sono mai mossi. Ho nutrito un po’ di speranza quando hanno cominciato a fare la muffa (la muffa è viva ed è una cosa buona, perché ci tirano fuori mi pare la citrosidina, e io speravo che ai torsoli sarebbero potute spuntare le gambine, così magari andavano nella spazzatura da soli), ma niente da fare. Comunque sia, responsabilizzarsi è bene. Adesso, quando vedo i piatti sporchi che si accumulano nel lavello, so che lavarli è una mia esclusiva responsabilità. E quindi li lascio lì, mangiando la Simmenthal direttamente nella lattina. E sto meditando di comprare un miliardo di piatti di carta.
- Ti puoi lavare quando ti pare, e cioè quando te ne ricordi. Tanto, chi se ne frega. Il principio è quello rintracciabile negli alati versi della canzone “Nubi di ieri sul nostro domani odierno”, del simpatico complessino EELST, che vado tosto a riprodurre: Quando c’ho la ragazza/faccio la conchetta per sentirmi il fiato/sto vent’anni in bagno/penso che si chiava/dopo non si chiava e non mi lavo piu’. Ogni ulteriore commento mi pare superfluo.
- Il letto: non lo rifaccio da 34 giorni. Mi pare che 34 giorni fa le lenzuola fossero gialle, mentre adesso sono grigie, ma questi sono dettagli. Cosa cazzo lo rifaccio a fare il letto, se poi la sera, per entrarci dentro, mi tocca risfarlo? Oh, ma cosa sono, scemo? Io, se rifaccio il letto, poi non lo voglio più sfare almeno per due mesi. Non è che posso mettermi lì a rifare il letto ogni giorno. Cosa siamo, nel medio evo? Ogni 35, invece, forse va bene.
- In bagno puoi fare tutto il rumore che vuoi, perché ormai non ti sente nessuno. Io, per esempio, ci ho montato la batteria.
- Ho imparato tutto su come si lavano i panni, su come si fa il bucato. Mi sono dovuto informare. E’ stata una necessità. Ero curioso di sapere come avrebbe fatto mia madre a lavarmi tutti i vestiti. Adesso lo so. Cioè, lo sapevo, ma credo di essermene dimenticato. Ma l’importante è che lo sappia mia madre.
Cose cattive:
Ce n’è un miliardo, e il comando per fare gli elenchi numerati non ci arriva. Quindi non le metto. Ma ce ne sono parecchie. Anzi no, ne voglio mettere una, una sola, credo abbastanza significativa: io, in questo periodo, vado in giro conciato così. Ecco come mi ha ridotto la solitudine. Il mondo è cattivo e non mi capisce, bla bla bla, la mia anima è dylaniata, bla bla bla, ho tanto amore da dare, bla bla, sticazzi. E quindi niente. In relazione al post in cui dicevo di cercare persone con cui scrivere cose, mi scuso per tutte le mail a cui ho risposto con ritardo mostruoso, o a quelle a cui non ho proprio risposto (credo ce ne sia qualcuna, non lo so manco più). Il fatto è che la cosa di sui sopra mi è piombata sulla testa proprio in quei giorni lì e voi capirete che, dovendomi impegnare a dovere per diventare EMO, non sono potuto andare a leggere la posta per giorni. Per diversi giorni ho vesrato in uno stato catatonico, e insomma, abbiate pazienza e attaccatevi anche un po’ al cazzo, cortesemente. Non ci avevo la testa. Mi dovete scusare, sono cose che succedono a noi adolescenti di 34 anni. Adesso vi saluto, vado a cercare una frase di Jim Morrison da scrivere sulla Smemoranda.
Anzi, no, c’ho ripensato, per dare un senso a questo post, vi dico chi ho votato alle europee: MAGDI ALLA, quello che si è presentato con Casini (non nel senso che ha dei problemi, nel senso di Pierferdinando). Sì, lo trovo al passo coi tempi: la sua voglia di rinnovamento, il suo sincero entusiasmo cattolico & cristiano, dio caro, il suo guardare avanti, oltre gli steccati ideologici per superare incancrenite contrapposizioni ormai senza senso, mi ha conv
MA ANDATE A STRONCAVVELO NEL CULO, TESTE DI CAZZO
into che sia venuto il momento di accordare la mia preferenza a persone che davvero hanno vog
CVLO pipi CVLO pipi CVLO CVLO pipi pipi CVLO pipi CVLO CVLO CVLO CVLO CVLO pipi
lia di cambiare e di fare davvero qualcosa per il popolo di questo bellissimo paese che è
MERDA
l’Italia.

Relativamente al relativismo
Su Radio 24, la radio dei padron di Confind del Sole 24 Ore, tutti i pomeriggi c’è una bella trasmissione, “i Magnifici”. Ogni settimana scelgono un musicista o un gruppo famoso e tutti i giorni, dalle 15.00 alle 16.00, fanno una sorta di radio-documentario sul personaggio in questione. Di solito sono cose fatte piuttosto bene. A me piace molto la radio parlata; se poi, tra una chiacchiera e l’altra, ci mettiamo pure della buona musica, allora siamo veramente a posto. Qualche settimana fa sono salito in macchina, ho messo su Radio 24 e ho trovato una puntata sui Led Zeppelin. La puntata parlava di quando i Led Zeppelin andarono a fare il tour americano e suonarono al Madison Square Garden facendo il tutto esaurito per tre sere di fila, e di quando facevano le orge sataniste demolendo alberghi e scopando a sangue con le groupies, e di quando fecero le riprese per il film di The song remains the same e fecero tutta la scena dell’agguato mafioso stile anni ‘20. Le canzoni che scandivano la puntata erano “Heartbreaker”, “Dazed and Confused”, “Immigrant Song” e mi pare ci fosse anche un pezzo di “Kashmir”. Ieri sono salito in macchina, ho messo su Radio 24 e ho trovato una puntata sui Pooh. Nella puntata raccontavano di quando i Pooh fecero una tournee in Sardegna di 5 serate, viaggiando in cinque su un furgone, e di quando il babbo di DJ Francesco si fece fare delle scarpe su misura da uno di Bologna. Le canzoni che scandivano la puntata erano “Piccola Kety”, “Tanta voglia di lei”, “Non restare chiuso qui pensiero”, o come cazzo si chiama, e un’altra che mi pare parlasse di una storia d’amore.
Devo ricredermi. Comincio a pensare che Ratzinger non sbagli quando dice che il relativismo fa piangere Gesù Bambino. Ieri, per esempio, ha fatto piangere anche me.
Vi volevo dire
Oh, ciao raga!!1 Siete ancora qui? Cioè, vi volevo dire: ma a voi vi è mai successo di prendere gli auricolari in mano e avere l’auricolare destro nella mano destra e l’auricolare sinistro nella mano sinistra? Oh, me non mi è mai successo, porco diaz!!1!1 Maimaimaimai, mi tocca sembre cambiare!1! Maremma cane, hai visto com’è buffa a volte la vita, eh?? Boia!1
Oh, raga, ci si vede!!1
(Il blog era andato a prostitute: non potevo postare roba io e non potevate postare commenti. La causa è ignota. Misteri della SCENZA. Ma adesso posso postare io e potete postare voi che culo, e per questo potete offendere ringraziare il mio pranoterapeuta di fiducia, e cioè quel buodiulo di TED. Che parta il ringraziamento, NAU)
