Dilemma

L’altra mattina
[oh, raga, ciao!! era tanto che non ci si sentiva!!1]
ero in stazione e aspettavo il treno per un posto (mi pare fosse Firenze). Avevo perso il treno prima, perché nel mondo il numero dei parcheggi è inversamente proporzionale a quello dei vigili urbani (concludete voi il ragionamento secondo le vostre idee su chi sia in sovrannumero: i parcheggi o i vigili) e quindi ero seduto su una panchina ad aspettare quello dopo. Inutile dire che, dato il mio carattere curioso e dinamico, mi ero tipo abbioccato, secondo la migliore tradizione barbona. Quindi ero lì, sdraiato sulla panchina, quando mi si avvicina una nomade. Era giovane, avrà avuto una ventina d’anni, ed era anche piuttosto bellina (fino a che non ha aperto bocca, perché a quel punto mi ha mostrato un mezzo chilo abbondante di denti d’oro, come il nemico di 007). Mi ha detto qualcosa, ma io avevo gli occhi semichiusi e gli auricolari nelle orecchie, quindi non ho capito niente. Non avevo voglia di togliermi gli auricolari (avrei bruciato calorie invano) e quindi, in automatico, mi sono messo una mano in tasca e le ho allungato un euro. Allora lei, con il suo sorriso stile Fort Knox, mi ha detto che non voleva l’elemosina, ma che gli cambiassi dieci euro. Aveva in mano degli spicci, voleva la banconota. Allora mi sono detto: Sauro, questa qui ti vuole fottere (in senso figurato). Perché una nomade che non vuole l’elemosina, ma che tu gli cambi dieci euro, non è normale. E poi mi sono vergognato di questo pensiero così piccolo borghese. Io, l’illuminato libertario che fa il rivoluzionario sulla internet, vado a fare gli stessi pensieri dei bottegai brianzoli? NO. E quindi mi sono alzato, mi sono sistemato la redingote, mi sono spazzolato le ghette, ho inforcato gli occhiali a pince-nez e ho tirato fuori il portafogli. Poi ho preso un foglio da dieci e gliel’ho dato. Lei mi ha dato le monete.
Diocristo, erano poche. Me ne sono accorto subito. Ma poche tipo quattro, toh.
Lei mi ha detto una cosa che non ho capito, ma che dalla faccia che ha fatto era un simil “grazie”, e ha fatto per andarsene. Io mi sono sentito male. Mi ha fregato. Ecco, vatti a fidare. Ha ragione Calderoli. Giornata di merda. Allora le ho toccato un braccio e le ho detto: “sono poche”. Lei ha alzato le spalle e ha sorriso. Io ho pensato: adesso lei se ne va e io l’ho preso in tasca, perchè se se ne va mica posso rincorrerla. Che faccio, mi metto a inseguire una ragazzina? La blocco? Provo a farle una mossa di quelle che mi hanno insegnato quando facevo arti marziale?
Io?
Il pacifista?
L’anarchico?
Il femminista?
L’internazionalista?
Io dovrei usare la violenza?
Con una donna?
Con una ragazzina di neppure vent’anni?
E SE POI MI PICCHIA?
E quindi niente, ho desistito e le ho solo ritoccato il braccio (che, se ci ripenso, anche quello mi sembra troppo). Le ho detto: “guarda che neppure io sono ricco, eh? Puoi darmi i soldi che mancano?”
Lei mi ha di nuovo sorriso e mi ha detto una cosa che era tipo “ma non va bene così?”
Io le ho detto che no, non andava bene, porcamadosca, ridammi i soldi, diocaro. Allora lei ha fatto la faccia offesa, ha messo le mani non so dove e mi ha dato un altro po’ di monete.
Ora.
Io non ho capito quante fossero, queste monete. Le ho prese e le ho messe insieme alle altre, senza guardarle. Ero in preda ad astratti furori (cit.). Lei, nel frattempo, ha fatto per andarsene. Io mi sono rimesso a sedere, senza guardarla più, ma con la coda dell’occhio ho visto che si era bloccata a qualche metro da me. Mi guardava e aveva il viso arrabbiato. Mi ha detto qualcosa, ma io non ho capito.
“Eh?” le ho fatto.
“Saluto”, mi ha detto lei.
“Come?”
“Saluto!”
E mi ha fatto ciao con la mano. Era incazzata, pretendeva che la salutassi. Io ero lì che pensavo alle monete che mi aveva dato, se mi avesse fregato o meno. Pensavo se mi fosse convenuto contarle, quelle monete, oppure no. Contarle, col rischio di realizzare di essere stato fregato, oppure fidarmi, dare per scontato che le monete fossero dieci, come se me le avesse date di resto un barista qualsiasi, e non saperlo mai. Faccio l’illuminato che si fida, e le prendo senza guardare quante sono, oppure faccio il leghista gretto e me le conto una per una? Penso a me per tutta la giornata come a uno scemo o come a un reazionario? Cosa mi conviene fare?
Io ero lì, tutto impegnato a districarmi in questi miei marasmi interiori, con la mia visione della vita che vacillava, e questa voleva il saluto.
Ma che cazzo te ne fai del mio saluto? Mi hai appena fregato, l’hai fatta franca, e allora che cazzo vuoi? Vattene, no? Vai via. Vai via, perdio. Vai Via.
E niente, le ho fatto ciao con la mano. Lei dev’esserne rimasta soddisfatta, perché se ne andata.
Ho continuato a pensare a questa cosa per parecchi minuti. Ho tirato fuori un libro e ho cominciato a leggerlo, ma non c’era verso: ho letto trecento volte le stesse due righe, senza capirci un cazzo. Il mio cervello era sempre lì, al bivio “mi fido/ma me l’ha messo nel culo” o “controllo/ma sono fascista”.
Alla fine, mentre il treno entrava in stazione, lei è ripassata di lì. Mi ha guardato e mi ha sorriso. Non ho ancora capito se si trattasse di un sorriso “grazie, sei stato gentile” oppure di un sorriso “ahah, sei proprio un coglione”. Oggi, dopo che è passato qualche giorno, io penso che fosse un sorriso “grazie, sei stato proprio gentile a fare il coglione e a farti fottere un paio di euri”.
Cifra che, per un sorriso (specie a 18.000 carati), non è neppure troppo alta. Magari ho fatto un affare. Vallo a sapere.

DIOBONO SONO INZOPPORTABILI QUESTI POVERI CHE TI SOVVERTONO TUTTE LE CERTEZZE! LA STIMO SANDRONI
Io continuo a pensare che fossero pezzi da due euro. Bastardo.
Anch’io mi stimo, Ludovica! E questa certezza non ce la toglieranno mai, perdio!
TED. A voi fricchettoni del dams non ve la insegnavano la matematica, eh? 2 X 4 = 8
NO DIECI: OTTO.
MANCAVANO COMUNQUE DUE FOTTUTI EVRI.
(e poi non erano monete da due)
“Diocristo, erano poche. Me ne sono accorto subito. Ma poche tipo quattro, toh.”
C’è scritto “tipo quattro”. quindi potevano essere anche 5. è un numero buttato lì. anzi, secondo me te ne ha date sei. valle a dare il resto, stronzo.
accidenti a te, ora mi monta il senso di colpa.
(e comunque 5 monete = 5 euris; 6 monete = 6 euris)
NO DIECI
SEI
SEI, PERDIO
DA DUE. CAZZO. DA DUE. 5/6 MONETE DA DUE. DIOCARO.
mi ricorda me in centro, a schivare venditori di libriccini con gesucristi stampigliati sopra, accendini e borsette, che vengo chiamata a voce alta da un tipo di colore “Signorina! Signorina!” e io (zeppa di pregiudizi come un’elettore della lega con il santino di borghezio sul cruscotto) a dire “Non compro niente!”.
E lui “Mi fa foto, prego?” porgendomi una macchina fotografica e indicando il lungomare.
Mi sono sentita proprio… baaah.
Insomma, per dire che io le avrei contate, le monete.
(ah, e bentornato. procede la tesi, si?)
A.A.A. cercasi traduttore (referenziato) dall’italiano al calabrese che faccia capire a Ted il seguente concetto: “non erano monete da due euri, dio boskov, ma da uno”. Astenersi perditempo
Juni, allora, la tesi procede. Adesso sono in quella fase in cui sto raccogliendo dati, fonti e documenti ufficiali per tutta la Toscana. Una bella attività, molto da storico professionista, quasi una caccia al tesoro. Ho raccolto un volume di dati sterminato. Adesso che questa fase è quasi finita, non mi resta che l’ultimo passo, il più importante: ignorare tutto quello che ho raccolto, comprare due libri che parlano dell’argomento, farci i riassunti, mischiarli insieme e batterli al compiuter. E poi avrò finalmente la mia tesi
Bah, sono sicuro che hai visto male ed erano da due euro.
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