Musica

Queen II

di , marzo 10th, 2008

I Queen sono stati il mio primo amore musicale. Dei Queen era il primo album che abbia mai comprato in vita mia: era il 1989, avevo tredici anni e l’album era The Miracle. Come spesso capita ai tredicenni, presi una scuffia tremenda ed entrai in pieno trip, diventando un avido ricercatore di tutto quello che riguardava i Queen: musica, articoli di giornale, libri, supercazzole prematurate. Per anni sono stati il mio punto di riferimento musicale. Poi, crescendo, ho capito che in quanto a musica c’era gente migliore di loro, ma sono rimasti sempre nel mio cuoricino. A livello affettivo, e quindi non musicale, e nè artistico nè tecnico, per me i Queen sono ancora IL gruppo.

La loro carriera va divisa in due fasi principali, anzi tre, che vado tosto ad enumerare (come fa Eugenio Scalfari quando elenca i motivi per cui, tipo, l’Italia va male o perché bisogna votare sì o no ad un referendum):

Fase 1, “capelli lunghi, tutine attillate” (giudizio critico: molto bene)

Fase 2, “baffi, vestiti di pelle” (giudizio critico: troppo pop)

Fase 3, “ultimi due dischi, scritti con la consapevolezza della prossima dipartita di Freddie Mercury” (giudizio critico: menzione speciale)

Qui voglio occuparmi (come se qualcuno me lo avesse chiesto), della fase n. 1, e cioè del periodo migliore della loro produzione. Era una fase in cui il gruppo faceva una musica difficimente catalogabile, una specie di mescolone sperimentale che, per semplificare, potremmo chiamare hippie/dandy/prog/glam/hardrock (alla faccia della semplificazione). I primi quattro album dei Queen, oltre ad essere diversissimi da tutti quelli che sono venuti dopo (tanto da renderli praticamente irriconoscibili per chi della loro produzione conosce solo canzoni iperpopolari come A Kind Of Magic o We Are The Champions), sono davvero ben fatti. In quel periodo, dal ‘73 al ‘75, i Queen alternarono tracce decisamente vaudeville ad altre dalle chiare atmosfere progressive, graffianti pezzi hard rock a canzoni acustiche da flower power, intime ballate d’amore a pompose composizioni simil-operistiche, e tutto questo armati principalmente di due cose: la chitarra di Brian May, riconoscibile come un dobermann in un branco chihuahua albini, e l’amalgama delle tre voci di Mercury, May e Taylor, altro grande marchio di fabbrica. Niente elettronica, niente sintetizzatori, niente scorciatoie; solo chitarre, bassi, batterie, tastiere. Musica fatta da musicisti.

Qui vorrei soffermarmi su di un album in particolare, Queen II, una raccolta divisa a metà, con un lato quasi hippie (il lato A – anzi, come scritto anche sull’album, il Lato Bianco – , scritto quasi tutto da Brian May) e un altro quasi progressive, ricco di richiami mitologici e fantastici (partorito interamente da Mercury).

White Side. L’album si apre con Procession, una sorta di marcia (funebre?) con il compito di introdurre l’ascoltatore alle atmosfere molto poco terrene (a parte un’eccezione, di cui dirò a tempo debito) del disco. Di questa breve traccia, colpisce soprattutto la presenza timbrica della chitarra di May, il dobermann tra i chihuaha1 di cui dicevo più sopra. Subito dopo Procession, senza soluzione di continuità (e sarà così per tutto il disco, come in una sorta di concept-album) arriva una delle migliori canzoni di Queen II: Father to Son. Qui i Queen strumentisti danno il loro meglio: grande presenza ritmica, con la batteria di Taylor all’apice della sua musicalità e il basso di Deacon straordinariamente ricco, solita (e solida) corposità della chitarra elettrica di May, voce di Mercury più squillante e argentina che mai. Il tutto per accompagnare a dovere e con il giusto pathos un testo nè facile nè scontato, certamente degno di una breve lettura. Con la traccia successiva, l’elaborata White Queen (As It Began), Brian May propone un assaggio delle atmosfere fatate del successivo Lato Nero di marca mercuriana, anche se qui i richiami mitologici e sognanti sono messi al servizio della malinconia (come in tutte le canzoni di May per quanto riguarda quest’album), in chiara contrapposizione all’uso sardonico, da “magia nera”, che invece ne farà Mercury. Le atmosfere velate di malinconia permangono anche nella successiva Some Day One Day, cantata dallo stesso chitarrista. Qui la struttura è però più semplice, intima, con un testo dolce e poetico, snocciolato sopra al tappeto sonoro di una chitarra acustica da cantastorie affiancata da una chitarra elettrica dal suono molto sixties. Una cosa quasi hippie, direi. Eccoci arrivati alla canzone che chiude il Lato Bianco, la canzone “intrusa” di cui dicevo più sopra: The Loser in the End. Si tratta di un pezzo scritto e cantato da Roger Taylor, un corpo estraneo in un album compatto come questo, sia per la tematica molto terra-terra (in pratica una tirata contro le mamme troppo attaccate ai figli, ditemi voi cosa ci combina) che per le sonorità. Immagino le facce di Mercury e May quando il biondino dei Queen è arrivato e ha detto: “vorrei che nel disco ci fosse questa mia canzone qui” e gliel’ha suonata. Cose che accadono, in un gruppo.

Black Side. Con Ogre Battle comincia il monologo di Freddie Mercury. Una canzone ricca di creature fatate, magie, richiami alla tradizione mitologica nordeuropea, così come per la successiva The Fairy Feller’s Master Stroke (ispirata a questo quadro di Richard Dadd). Si tratta di due pezzi dallo stile molto originale, elaborati dal punto di vista vocale e strumentistico (con un John Deacon piacevolmente in forma), con i quali i Queen cercano di sfuggire alla canonica forma-canzone. Un processo che si realizzerà pienamente con The March of the Black Queen (preceduta nel disco da uno di quei brevi intermezzi “teatral-amorosi” che piacevano tanto al primo Mercury, Nevermore). La marcia della Regina Nera è forse la canzone definitiva dell’album, una canzone ricca, mutevole, originale, difficilmente classificabile. I Queen vi fanno grande sfoggio di fantasia, di capacità di arrangiamento e di impasto vocale, con un uso dei cori fuori dall’ordinario per un gruppo pop. Una canzone preparata con cura, un piccolo gioiello di rock “teatrale”. La penultima traccia è Funny How Love Is, composizione inneggiante all’amore, dall’aria ancora una volta quasi hippie, ma al modo dei Queen prima maniera: grande sfoggio di intrecci vocali e di pomposità. L’ambum è chiuso da Seven Seas of Rhye, forsa l’unica canzone “famosa” di Queen II, un pezzo hard rock ripreso da una traccia strumentale del disco precedente, che va ad anticipare le altre simili sonorità che i Queen metteranno nei successivi due album, quelli del definitivo lancio.

Fine di Queen II, disco principe del miglior periodo dei Queen. Un disco a cui sono molto legato affettivamente, colonna sonora di una parte della mia vita nella quale vivevo praticamente per la musica, ma questa è una cosa a cui non importerà una bella sega niente a nessuno. Io amo i Queen del primo periodo. Li trovo originali, divertenti, non scontati. Dopo, quando hanno accorciato i capelli e hanno smesso di proporre una certa teatralità musicale, barocca e originale, non mi sono piaciuti più (o mi sono piaciuti molto meno). Sono diventati un fenomeno di massa e hanno lanciato hits planetarie, d’accordo, ma non riusciti più ad avere un sound riconoscibile come quello dei primi tempi. Che vi devo dire, un motivo in più per amare gli anni ‘70 ed ignorare gli ‘80.

  1. piccolo consiglio: non fate mai un post che contenga troppe volte la parola “chihuaha”: ci sono troppe h, e per scriverlo bene ci vogliono cinque minuti []

  • Commento di Ted/ 10 marzo 2008

    Scusa, sauro, ma gnafaccio proprio. Mi fai un riassunto? Grazie.

  • Commento di Sauro/ 10 marzo 2008

    Primi 4 album dei Queen niente a che fare con quelli venuti dopo. Album “Queen II” migliore album di tutti.

  • Commento di Ted/ 10 marzo 2008

    Grazie di nuovo.

  • Cioè.
    Tu (massimo esperto mondialgalattico di noir) sabato scorso hai incontrato LUI (massimo scrittore mondialgalattico di noir) e – invece di raccontare il massimo incontro con torre pendente- che fai? Parli dei cuin? Ma che minchia mi rappresentano ’sti cuin?

  • Commento di Ted/ 10 marzo 2008

    Che sono pure finocchi, diciamolo.

  • Tutti? O solo freddimercur?

  • Commento di Sauro/ 11 marzo 2008

    Solo Freddimurcur. Comunque il post sui Queen lo avevo preparato mesi fa, e adesso non so più cosa scrivere. Vuoi vedere che il prossimo post sarà davvero sullo scrittore megagalattico di noir in trasferta a Pisa? No, non posso: quasi quasi ripiego su Veltroni o Mastella.

  • Giovanotto,
    le ho mai raccontato di quella volta che io, Luciano Steregoni, Freddie Mercury e Nino Bixio formammo un complessino beat e ci presentammo a Castrocaro? Era il 1966…
    Beh, fu tutto molto bello: pompavavamo che era un piacere!
    Peccato che ci esclusero (ingiustamente ) dall’agone perchè giudicarono l’abbigliamento di Luciano troppo glam ed avanzarono forti sospetti sulla mascolinità di Nino.
    Peccato!
    Il povero Freddie avrebbe avuto una carriera molto diù gloriosa ed artisticamente valida di quella con i Queen.

    cordialmente,

    Cav. Marcello Stacchia

  • Commento di Ted/ 11 marzo 2008

    Esimio Cav. Stacchia,

    lei dice: “Beh, fu tutto molto bello: pompavavamo che era un piacere!”

    Cioè, pompavate? Con freddimercur?
    Ehm. Caugh caugh.
    Cordialità
    Suo
    Edo

  • Commento di Sauro/ 11 marzo 2008

    Beh, Ted? Cos’è, adesso non si può più neppure pompavavare? Ti ci vorrebbe una bella scarica di leniate sul groppone! Vergonia!

  • Commento di Grace/ 13 marzo 2008

    Stasera alle nove trasmettono il live a Wembley del 1986, appropo’.

  • Commento di maia/ 13 marzo 2008

    quoto tutto
    tutto!

    anche se qualcosa dei periodi successivi lo salverei
    tipo in innuendo.
    senza contare il fatto che da poco ho rivisto l’ultimo immortale e gran parte della bellezza del film è la colonna sonora.
    senza quella addio atmosfera epica…
    che poi freddie faccia (al presente) venire i brividi anche quando canta l’elenco della spesa è innegabile
    almeno a me li fa venire :)

  • Commento di Sauro/ 14 marzo 2008

    Grace, il Live at Wembley ce l’avevo quando ero ragazzo, in videocassetta. Mi ricordo che ai tempi dell’okkupazione andava per la maggiore, insieme a Top Secret con Val Kilmer. Ah, bei tempi.

    Maia, ma infatti io gli ultimi due album (Innuendo e Made in Heaven) li salvo. Si tratta sempre di album molto pop (che di per sè non è mica il male assoluto), però molto più raffinati di quelli degli anni ‘80. E Who Wants to Live Forever è un pezzo coi controcazzi.

  • Commento di Peterpanico/ 25 marzo 2008

    A me i Queen non sono mai piaciuti,però non si può certo dire che come qualità,anche quando hanno virato verso il genere classifica=sterline,non fossero tra le cose più piacevoli da scoltare,molto “ruffiani” se mi permetti,ma tant’è :-)
    Certo i primi 2 album erano proprio n’altra cosa èhhh…rockosi,duretti,i Nazareth te li ricordi?
    E gli Uriah Heep…??….i primi Sabbath……
    sigh..mi viene da piangere :-(

  • Commento di Sauro/ 26 marzo 2008

    Piangi, Peter, piangi! Fa bene, così ti sfoghi. Io ti consiglio, se già non l’hai ascoltato, l’album di Robert Plant & Allison Krauss, uscito da poco: un capolavoro in grado di riconciliarmi con la musica attuale.

  • Commento di Peterpanico/ 26 marzo 2008

    Si caro,già sta nel lettore CD :-)
    Te ne voglio consigliare uno anch’io allora,è una roba uscita 6 o 7 anni fa,in pratica la sezione ritmica del fu Stevie Ray,cioè 2 terzi dei Double Trouble,si chiama “Been a long time” ci fanno una comparsata un sacco di bravi musicisti,tipo Kenny Wayne Sheperd,Susan Tedeschi,Milford Milligan,Eric Johnson,Charlie Sexton,Jonny lang etc..etc….
    vai…… ;-)

  • Commento di Ta*/ 3 aprile 2008

    non so se è meglio il post o la sfilza di commenti (esilaranti). in ogni caso: secondo me, anche RoggerTeilor un po’ finocchio lo era e se non lo era, avrebbe potuto diventarlo, vista la gente che frequentava.
    ce l’ho, quel disco. uno dei migliori, senza ombra di dubbio. e poi, è stato il mio primo approccio alla musica andata-a-comprare-da-sola. che tempi.
    ora ascolto solo musica minimalista. bah.
    un saluto.

  • Commento di Sauro/ 3 aprile 2008

    E chi frequentava Roggerteilor? Io so che è stato sposato a due fie paurose, nel senso di “belle”. Un’altra domanda: cos’è la musica minimalista?

  • Commento di Ta*/ 5 aprile 2008

    beh, Roggerteilor frequentava la sua band. quindi, anche Freddimurcur. qualcuno dice che essere finocchi potrebbe essere contagioso, anche se io non è che ci creda molto.
    la musica minimalista? da Wikipedia: “La musica minimalista è un genere musicale che si caratterizza per un tessuto scarno, fatto di pochissimi elementi. La musica minimalista rinuncia ai cambiamenti per entrare in una spirale di ripetitività, di analisi dell’attimo inteso come massimizzazione di elementi.”
    in poche parole: ogni volta che ascolti un pezzo musicale e non riesci a canticchiarne il ritornello (perché non c’è)… ecco: è musica minimalista.
    di solito la si ascolta per darsi un tono. lo faccio anche io.

  • Commento di Sauro/ 5 aprile 2008

    Quindi la musica inascoltabile è musica minimalista. Non sapevo che Ramazzotti e Gigi d’Alessio facessero musica minimalista.

  • Commento di Ta*/ 5 aprile 2008

    non si finisce mai di imparare, tanto per dire una banalità. anche tu ascolti la musica minimalista?

  • Commento di Sauro/ 7 aprile 2008

    Per sapere cosa ascolto, ti rimando al post di oggi. Se vedi che c’è qualcosa di musica minimalista, fammi un fischio.

Commenta pure. Ricordati che puoi usare i tag html base. Se non dovessi conoscerli, be', impara.