Letture

La briscola in cinque.

di , luglio 30th, 2007

E sicchè c’è questo libro, La briscola in cinque, mandato in stampa da Sellerio, casa editrice di Camilleri e Carofiglio (no Moccia e i Fichi d’India: Camilleri e Carofiglio). L’autore di questo libro si chiama Marco Malvaldi. Io non l’ho mai visto nè conosciuto, Marco Malvaldi, ma io e lui si potrebbe essere amici, di quelli che li conosci fin da piccino e poi ci cresci insieme, e ci puoi parlare di tutto, in libertà, così come ti viene. Marco Malvaldi (i suoi personaggi), nel libro, ragiona e parla come parlo e ragiono io. Abbiamo lo stesso background. Siamo coetanei, toscani, pisani. Abbiamo avuto frequentazioni simili, credo: tanto bar, tanti di quei posti dove i vecchietti giocano a carte, estate e inverno, smoccolano, leggono il giornale, smoccolano, guardano la televisione, giocano a bocce, smoccolano, chiacchierano di donne, politica, pallone e Ferrari, e smoccolano, anche. I giovani, quella fascia d’età che Malvaldi e io ormai si sta cominciando a salutare con la manina, fanno le stesse cose che fanno i vecchi, tolto le bocce e aggiunto i videogiochi. Anche gli scatarramenti sono gli stessi.
Sostengo che Malvaldi abbia il mio stesso bagaglio culturale, pur non conoscendolo, perchè il libro che ha scritto parla proprio di questo. La briscola in cinque è un giallo ambientato nell’immaginario paese di Pineta, sul mare, vicino a Pisa, forse proprio nello stesso comune di Pisa, allo stesso modo di Marina e Tirrenia (che esistono davvero). Una notte, una ragazza viene trovata morta in un cassonetto. Le indagini iniziano, qualcuno viene indagato e carcerato, ma probabilmente non è il colpevole. Ma non è di questo che voglio parlare. Non è della trama. La trama è quella di un giallo normale, non troppo cervellotica e con qualche pecca procedurale (però trovatemi in Italia un autore che non ha pecche procedurali nelle sue trame: trovatemene uno, e vi pago da bere a vita, se vi portate i soldi). Io voglio parlare di altre tre cose: dell’ambientazione, dei personaggi, del linguaggio.
Dell’ambientazione, qualcosa ho già detto: Se avete letto i “Bar Sport” di Stefano Benni (e se non l’avete fatto fatelo, e che cazzo, non è che potete passare la vita a leggere cose noiose), siete già un passo avanti per capire di cosa stia parlando. Il bar che fa da ambientazione principale alla vicenda è quello stesso microcosmo nel quale sono cresciuto, quel posto dove qualcosa da fare lo trovavi sempre, e dove non mancava mai qualcuno per parlare. Non certo come all’oratorio di Celentano/Conte, dove non c’è mai neanche un prete per chicchierar (lo so che non c’entrava nulla, ma a me gli oratori mi stanno sui coglioni). Il bar, nel libro, è il posto dove lavora Massimo, il protagonista, e dove stazione la banda di vecchietti che lo assiste nella sua “indagine”. Perchè il barrista (con due erre) Massimo è quello che alla fine dipanerà il mistero. E qui veniamo ai personaggi, il secondo dei tre aspetti di cui volevo parlare. I personaggi sono, ancora una volta, quelli che mi hanno accompagnato nell’infanzia/adolescenza e che ancora mi accompagnano. Massimo è l’amico che si gioca con te la bevuta biliardino e subito dopo ti ci accapigli perchè ti tirava i sassolini della ghiaia mentre pigliava per il culo il tuo idolo, l’Aldo Serena dello scudetto 89/90. I vecchietti che gli fanno da coro greco sono gli stessi che ho sempre visto al bar del mio paese. Uguali uguali. E cos’è che me li fa sentire così vicini, i personaggi di Malvaldi? Il linguaggio con cui si esprimono. Per farvi capire, ardisco a paragonarlo a quello che di solito si legge da queste parti. Uguale. Parlano come me. Malvaldi ha scritto un libro come io scrivo (fate quindi le debite proporzioni) il mio blog. Comprese le parolacce o le parole strane. La briscola in cinque è dunque piena di “puppe”, “ganzo”, “rompere i coglioni”, “dio bono”, “bidone der sudicio”. Anche i modi di dire sono gli stessi, e i modi di pensare. E’ la prima volta che mi capita di leggere un libro con i personaggi che parlano in pisano, e che soprattutto ci pensano, in questo dialetto. Che pensano e dicono cose che io stesso penso e dico tutti i giorni da che sono venuto al mondo. Capirete che la cosa è strana e straniante, per me. Questa non è una recensione, ormai lo si sarà capito. Non do un giudizio freddo su un libro (ammesso che dei miei giudizi, freddi o abbollore che siano, interessi qualcosa a qualcuno), perchè ho deciso che sono troppo “coinvolto” per essere obiettivo; mi limito a registrare che se c’è qualcuno a cui piace come scrivo e penso, allora quel qualcuno può leggere tranquillamente anche questo libro qui, e si troverà davanti un pezzo di quella quotidianità che provo, ogni tanto, a far passare da questo triste luogo. Insomma, in questo librò c’è un pezzo di pisanità: nei pensieri, nelle parole, nei modi di dire e di parlare. Chiudo citandovi qualche pezzo del romanzo. E’ il narratore in terza persona che parla.

L’Ara Panic, ovvero la discoteca di quelli che si credevano più ganzi degli altri, irritava il cielo con le sue luci di richiamo per un vasto tratto del lungomare verso la città. D’estate come d’inverno, una lunga fila di disertori della vanga, parcheggiate in divieto di sosta le immeritate Mercedes, si assiepavano ai cordoni d’entrata per sottoporsi speranzosi o alteri al vaglio di ulteriori beoti, prezzolati dalla balera al fine di concedere l’ingresso solo ai più fulgidi rappresentanti della razza. All’interno, il volume della musica è tale da rincitrullire del tutto gli astanti che già in media hanno meno neuroni che capelli. I druidi che officiano il rito della selezione si chiamano, in gergo, buttafuori: il Pigi, al secolo Piergiorgio Neri, era uno dei baldi rappresentanti della privilegiata casta. Trent’anni anagrafici, abbronzatura intensa, capelli neri con colpi di sole, torace ipertrofico e depilato che deformava magliette attillatissime con squarci nei punti tattici, sorriso a trentadue denti sottolineato da un pizzetto vezzosamente tinto di viola, il Pigi suscitava nei villeggianti una gamma di reazioni pressoché completa che andavano dall’adorazione tipo totem delle liceali ai rapidi segni di croce della vedova Falaschi.

E questo dialogo tra Massimo, barrista, e suo nonno Ampelio, avventore del bar.

- Io casomai m’accontento d’un po’ di gelato – disse Ampelio mentre sminciava facendo finta di niente un gruppo di giovani sifilidi che ostentavano culi marmorei da sotto il prendisole, sfilando con ostentata indifferenza lungo il marciapiede. [...]
- Povero martire, s’accontenta. Quanti ne hai mangiati oggi?
- Ma fammi il piacere, fammi! Con la tu’ mamma che mi rompe ‘oglioni tutti i giorni per ir mangiare e le sigarette, e la tu’ nonna che è sempre lì anche lei che prima mi dice “un ne mangia’ di gelato, e dopo fritto a pranzo e cena! Anche la pastasciutta friggerebbe! Sono quarantott’anni che cao incudini da’ troiai che mangio e loro mi rompano i coglioni cor gelato. Uno solo, n’ho mangiato.

E ancora, quest’altro dialogo tra Ampelio, Massimo e il dottor Carli.

- [...] inoltre ha parlato al telefono l’ultima volta, con una ragazza, la stessa del messaggio.
- E cosa dicevano questi SMS? – chiese Massimo.
- E cosa cazzo sono questi essemmesse, prima di tutto? – chiese Ampelio che si stava perdendo quello che, a suo giudizio, era il meglio.
- Gli SMS sono messaggi di testo scritto che vengono mandati attraverso i telefoni cellulari, i computer o anche venetualmente il telefono di casa, se si ha l’apparecchio giusto. I ragazzi li sfruttano molto, anche perchè mandarli costa meno che chiamare. E poi va di moda.
Ampelio fece un cenno col mento piuttosto dispregiativo e grugnì.
- Bei tempi! Quand’ero giovane io menomale andava di moda chiava’…

No, dico, vi rendete conto? Mi si è (ri)aperto un mondo.

  • Commento di Marco Gherardi/ 30 luglio 2007

    due considerazioni.
    La prima è che sicuramente il bar descritto è da catalogarsi nella categoria “Bar Peso”, sempre secondo il codice Benni.
    La seconda è che la paternità dell’oratorio con tanto sole è ECLUISIVAMENTE del sinistrorso astigiano, chè il celentano (min.) non ha la capacità cerebrale succiciente nemmeno per impararne il testo a memoria. :-)

  • Commento di Sauro/ 30 luglio 2007

    Eh, Marco, ma lo sai che una volta quel celenterato di celentano (notare l’assonanza) si dimenticò anche il testo de “La guerra di Piero”? Ma dimmi te. Questa è grave, eh?

  • Commento di Marco Gherardi/ 31 luglio 2007

    per fortuna quella volta (era il premio tenco, se non sbaglio) vennero giù sonori fischi… come dire “c’è giustizia al mondo” :-)

  • Commento di Sauro/ 31 luglio 2007

    O cosa ci faceva Celentano al premio Tenco? Dove andremo a finire… mi sa che il prossimo lo vincerà Max Pezzali.

  • Commento di ros/ 31 luglio 2007

    Marco, è il tuo primo libro!
    scrivine ancora!
    ma sempre in toscanaccio, de’
    Complimenti

  • Commento di Sauro/ 31 luglio 2007

    Mah, Ros, mi sa che hai equivocato, eh? Se vuoi dire a Marco che scriva ancora dovresti farlo mandandogli una mail, perchè dubito che legga questo blog :-)

  • Commento di Eva/ 1 agosto 2007

    “Un giallo in toscanaccio” è stato definito e di un “giallo in toscanaccio” si tratta. Questo è quello che mi è piaciuto di più del libro, forse perchè sono toscana con la T maiuscola! Quello che invece mi è piaciuto di meno – forse perchè sono anche italiana e scarsamente propensa a giudizi sommari – è la “definizione” di calabrese e le, più lievi, “frecciate” su fiorentini e livornesi (con gilè portato a torso nudo e catenacci al collo, come se tutti i livornesi fossero dei “gazzillori”!).
    Non mi risulta che i calabresi siano generalmente “arroganti” o peggio ancora “idioti” (per non citare altri simili aggettivi)! Non credete che sia un po’ audace e fuori luogo accumunare sotto giudizi cosi generici quanto pesanti – che seppure messi in bocca ad un personaggio sono pur sempre giudizi per chi legge – un intero popolo che ha una storia, un’identità e caratteristiche che vanno ben oltre tali “apprezzamenti”? Non credete sia un po’ presuntuoso permettersi di additare così una popolazione che di problemi ne ha già abbastanza e che è già abbastanza soggetta a pregiudizi comuni e superficiali senza che ci si metta un autore pisano alla sua prima esperienza – nato e vissuto in una realtà completamente diversa da quella citata di cui forse sa e conosce ben poco – ad infierire senza una reale conoscenza e coscienza? Per conto mio consiglierei a Marco di continuare ad usare la penna per una realtà che conosce bene, per svelare aspetti consueti e divertenti di una terra così bella e di lasciare perdere altre realtà tanto distanti quanto complesse nel bene e nel male…a meno che prima non ci si sia documentati bene (letto libri, visto i posti, conosciuto persone..e magari più di qualcuna)! Giudicando da quelle due frasi buttate lì non penso che il nostro autore lo abbia fatto, anzi ne sono sicura avendo io un’ esperienza ed una consocenza approfondita dei calabresi i quali sono ben diversi – pur con i loro pregi ed i loro difetti come d’altronde chiunque di noi – da come sono apparsi in quelle due frasi. Due sole frasi che però per chi crede nel valore della scrittura hanno comunque un loro valore…ed è un peccato usare questo valore della scrittura in modo così…superficiale, azzardato?
    E poi non mi risulta che i fiorentini si portino dietro sempre di tutto ed i livornesi siano così “gazzillori”, ma queste sono forzature di concetti che forse in un romanzo ci possono stare, ben diverso è invece citare in modo chiaramente offensivo qualcuno…più di qualcuno. Le generalizzazioni sono sempre sbagliate e spesso false, come in questo caso, a me non sono mai piaciute…per questo non ho mai neanche creduto a quel detto che addita i pisani come persone così terribili e che riecheggia a Livorno come a Siena: “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”! Non mi piace, non mi piacciono le cose così e la leggerezza che spesso esprimono…così come non mi sono piaciute quelle due frasi inserite in un contesto “divertente” ma che ritengo di divertente abbiano ben poco, anche per un toscano che trova sempre da ironizzare e ridere su ogni ‘osa…ma a tutto c’è un limite e che cavolo, il rispetto altrui i toscani lo hanno sempre conosciuto e lo conoscono ancora, o no?

  • Commento di Sauro/ 1 agosto 2007

    Boia dè, Eva, ci sei andata di scartino! Hai fatto un commento più lungo del libro del Malvaldi :-)
    Comunque non penso che Marco abbia particolari problemi razzistici (poi potrei pure sbagliarmi, per carità). Il fatto è che i personaggi del libro sono persone normali, che quindi fanno ragionamenti normali. E la battuta “razzista” (ma se il razzismo fossero solo questi lazzi goliardici potremmo già trovarci contenti), quando sei “al bar”, scappa. Non c’è nulla da fare. Si tratta di frasi dette così, senza malizia e tantomeno senza crederci per davvero. Ci si uniforma ad un modo di scherzare, tutto lì, e lo si fa anche insieme agli amici calabresi, o napoletani, o milanesi, che ti rispondono per le rime (coi fiorentini no, perchè non hanno senso dell’umorismo :-D ).

  • Commento di maia/ 1 agosto 2007

    il libro non l’ho letto.
    ma se parla male dei fiorentini poco male. si vede che è scritto dal solito toscano afflitto da senso di inferiorità.
    ormai ci siamo abituati, del resto che ci si può fare se siamo superiori e mettiamo in soggezione il granducato tutto?

  • Commento di Sauro/ 1 agosto 2007

    Ma no che non parla male dei fiorentini, il libro. Dice solo la verità :-D

  • [...] Harry Potter, che a voluminosità non scherza, e soprattutto ho incontrato Marco Malvaldi, un mio compatriota, che me lo ha vivamente consigliato, perchè era scritto divinamente e aveva un finale [...]

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  • [...] divertente, che merita di essere letto. L’ha scritto Marco Malvaldi, pisano del quale avevo già parlato in termini entusiastici in occasione del suo esordio. Con Il gioco delle tre carte tornano i [...]

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