L’angolo della cultura.
CORSO DI EPIGRAFIA IGIENICO-ACCADEMICA
Studio comparato delle scritte nei gabinetti della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa
Introduzione
Tutti sanno cosa sia l’epigrafia (sì, lo sanno col cazzo, più che altro). Non sarà infatti ignota al mio pubblico l’esistenza di un’epigrafia greca e di una latina, e non sarà certamente ignoto che quest’ultima si divide a sua volta in epigrafia latina antica, cristiana e medievale. Si tratta di discipline che hanno permesso degli enormi passi avanti in importanti campi delle scienze umane quali, ad esempio, l’impiego della bomba atomica durante la guerra del Peloponneso (impiego piuttosto scarso, in verità) e lo studio degli UFI durante il Sacro Romano impero, per dire, e una volta un mio amico epigrafo, studiando un graffito sul Colosseo, ebbe pure l’ispirazione per un bel dodici (sbagliò solamente Milan-Reggiana 0 – 7, maremma cane), per cui l’epigrafia è sicuramente qualcosa di ganzissimo. Esiste, però, anche un’altra branca dell’epigrafia (ci metto il link a wikipedia, vai, sennò sapete una sega voi di cosa si sta parlando, razza di trogloditi), una branca poco famosa e ancora non apprezzata come meriterebbe all’interno del mondo scientifico: mi riferisco all’epigrafia igienico-accademica.
L’epigrafia igienico accademica è quel ramo del lago di Como, no, cioè, è quel ramo dell’epigrafia che si occupa di studiare le scritte nei gabinetti delle università. Madonna, quante ce ne sono! Ma voi ci siete mai stati, in un bagno delle università? Un fottio, ce ne sono (di scritte, no di bagni). Hai voglia te di studiare, porca vacca! Basterebbe avere un po’ di volontà, e basterebbe avere un cervello normale, mica come te, che hai una chiorba dura come il muro… ma cosa pensi, che io a scuola ti ci mando a scaldare il banco? Eh? Allora ascoltami bene, signorino: se a giugno ti bocciano anche quest'anno, ti mando tutta l’estate in concia dal tu’ zio Oreste, vedrai poi ti passano le ruzze, popò di vagabondo delinGuente… (scusate: qualcuno può spegnere il flashback?E’un pochino doloroso, grazie)
Eh? Cos’è successo? Dove sono? Cosa stavo dicendo? Ah sì: l’epigrafia igienico accademica. Ecco, si tratta, appunto, di un nuovo modo di rapportarsi al passato, diverso da quello della disciplina madre. L’epigrafia classica fa infatti riferimento a materiali altamente resistenti allo scorrere del tempo, così come lo possono essere i segni incisi nel granito di un qualche tempio dorico; l’epigrafia igienico accademica fa invece riferimento alle scritte vergate con l’Uniposca o con la scolorina sugli scarichi in plastica dei cessi. Si capisce facilmente (lo capirebbe anche Calderoli, se leggesse queste righe e soprattutto se sapesse leggere) che non è la stessa cosa. Sono diverse le finalità, sono diversi i metodi di lavoro e sono anche diversi minuti che sto scrivendo cazzate incredibili, e ancora non mi è venuto a noia. A voi sì? Strano. Ma sarà grave? Mah. Ormai, peggio di così… la sapete cosa c’è? Mi è venuta sete, vado a farmi un cicchetto. Fine dell’introduzione.
1. A cosa serve l’epigrafia igienico accademica?
“A un bel segone nulla”, diranno subito i miei piccoli lettori, pensando di fare i simpatici. E allora io vi dico subito che cominciamo male, cari i miei guappetti. Guardiamo un po’ di rientrare in carreggiata subito, chè sennò io vi stronco la carriera universitaria come be’ un grappino… Ricordatevi sempre che io sono il professore, e voi gli studenti: quindi io sono ganzo da fare schifo, e voi, più o meno, degli sputi.
Dunque, adesso che abbiamo messo le cose in chiaro, vediamo di rispondere alla domanda di cui nel titolo: a cosa serve l’epigrafia igienico accademica? Le risposte, come in tutte le scienze umane, sono molteplici. Tendenzialmente, serve a scandagliare il passato; non un passato remoto, come nel caso dell’epigrafia greca o latina, ma un passato più vicino a noi, che spesso non va più indietro di venti/trenta anni (dipende un po’ da quando passano gli imbianchini, e nei bagni della cosa pubblica possono non passarci anche per secoli e secoli). Attraverso lo studio delle scritte su’ muri dei gabinetti accademici, infatti, riusciamo a scorgere molti aspetti della vita quotidiana dello studente universitario italiano: per chi vota alle elezioni studentesche? E’ vero che gli spezini sono tutti finocchi e quando vengono a Pisa noi gli si sfonda il culo? Alessandra di San Giovanni alla Vena fa effettivamente i pompini al professore di letteratura latina medievale? A giurispr
udenza sono davvero tutti fasci? Ecco, rispondere a queste e ad altre domande è compito precipuo dell’epigrafia igienico accademica. Queste sono cose importanti, signori miei, altro che uomini sulla luna, energie alternative o lotta ai tumori: epigrafia igienico accademica, ci vuole!
Prima di passare al corpo vero e proprio dell’opera, occorre forse sgombrare il campo da alcuni aspetti non ancora troppo chiari, che possono ingenerare confusione nello studente. E’ opinione comune che l’epigrafia igienico accademica sia la stessa cosa dell’epigrafia igienico autogrillica: ecco, a me chi dice queste cose mi fa incazzare come una bestia e lo piglierei a pedate nel culo da qui a laggiù. Ma ditemi voi se si può sostenere una simile tesi. L’epigrafia autogrillica, infatti, ha una serie di peculiarità che la rendono unica, no? Avete mai visto un camionista farla nel gabinetto del Dipartimento di fisica nucleare? Io no. Avete mai visto la signora delle pulizie con il piattino degli spiccioli fuori dai cessi dell'aula magna di Economia e Commercio? Io no. Avete mai visto un trans nel bagno del dipartimento di medievistica? Io sì, ma voglio che si sappia che non c’entro nulla, e che quella volta che ci beccarono insieme, a me e Amanda, fu perché lei (vabbè, lui) credeva di essere alle poste (non parla altro che il portoghese, la mia Amanda). O non penserete mica che ce l’abbia invitata io nel bagno, eh? Ma per chi mi avete preso? Sono quasi laureato, io! Tutt'al più me la (me lo) portavo in albergo. E comunque le scritte negli autogrill sono un fottio (termine scientifico) diverse da quelle dei bagni universitari. Ma sapete una sega, voi… guardate, sarei capace di smetterla qui, perché mi avete proprio fatto incavolare. Però io sono buono, e mi sa che tra poco scrivo anche il secondo paragrafo, entrando nel vivo della materia. Comunque studiate, ché la prossima volta v’interrogo.

domanda: e le vignette? come si fa? e poi voglio vedere te, a riportare scritte che occupano una porta intera!!! e i botta e risposta? e le correzioni a precedenti scritte? voglio proprio vede’ come tu fai!! vavai, te il tu corso di epigrafia igienicacca!!! che poi che poi. guarda, ummifà parlà, guarda. unsò come la potrebbe finì! porcaccia la miseria gliela sctiantino ni’cculo. ovvia!
Alla mia università (Pavia, Anno Accademico lassamo-perde-che-è-cambiato-tutto) girarono la prima puntata de “Il Laureato”, il programma di Rossi e Chiambretti. Proprio nella facoltà di Economia, dove ho potuto entrare nel novero dei complementi d’arredo, data la mia lunga frequentazione. Comunque.
In quei bagni lì, dove mingevo, tracciavo linee sotto all’immortale brocardo “chi ama la figa qui tiri una riga” e scrivevo nome, numero e ipotetico tariffario di quelle che mi rifiutavano, ecco, dicevo, proprio lì fu effettuata un’imbiancatura/pulizia a tempo di record per l’arrivo della troupe RAI: decenni di epigrammi, motti, epistole, arte figurativa e astratta persi in un solo giorno.
Paolo Rossi, vedendo lo scempio di un bagno d’Ateneo completamente vergine, passò la puntata nei gabinetti a scrivere sui muri, sulle porte e financo sotto l’asse del WC.
Andrea, io sono uno scienziato onesto: ogni scritta sarà fedelmente riportata e pubblicata grazie all’ausilio dei più moderni ritrovati tecnologici, tipo dei cosi che si chiamano “macchine fotografiche” e che servono, appunto, a catturare e riprodurre delle immagini. Vedrai, uomo di poca fede.
Ah, V… non c’è niente di più nocivo per la scienza di un bagno universitario completamente imbiancato. E’ un po’ come quando i talebani demolirono le statue di Budda. Una perdita incalcolabile.
Minchia, non c’ho capito una sega!
Tranquillo, Maurì: lo deve fare. Non capirci niente mentre leggi un post come questo è normale. Il casino è che io non c’ho capito niente mentre lo scrivevo…
Dai, dammi un altro consiglio libresco che ho finito la trilogia di Izzo (e non ti dico niente!)
Maurizio, questo tuo rivolgerti con fiducia al sottoscritto mi riempie di orgoglio. Attendo però il momento in cui scazzerò clamorosamente il consiglio, e tornerai a vedermi non più come una divinità (cosa che per altro sono) ma come un semplice uomo dotato solo di superpoteri, quali la vista a raggi x (faccio le lastre come secondo lavoro) e gli artigli retrattili.
Comunque, il mio consiglio (ammesso che tu abbia già letto i libri di Manchette) è il seguente: Charles Willeford. Vedrai poi mi rammenti.