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Ne avrei fatto volentieri a meno e avrei volentieri ignorato la cosa, come ignoro (nel senso che “scelgo di non occuparmi di”) molte delle cose che accadono nel mondo, ma non si può. Le immagini di Marco Simoncelli sono ovunque e ovunque se ne parla. Alla radio, in tv durante la pausa pranzo, nel bar dove sono stato a fare colazione, ovunque. Persino mia madre me ne ha parlato.
Simoncelli, ogni volta che lo vedevo, mi ricordava i miei amici quando avevano la sua età: sempre sorridenti, anche quando non era il caso, leggeri com’è giusto esserlo a ventiquattro anni, con l’aria di chi non prende mai le cose sul serio e invece ce le prende sempre tutte. Anche io ero così: uno che stava simpatico più o meno a tutti, perché tutti lo ritenevano di buon cuore e, soprattutto, innocuo. I miei amici e io eravamo tutti così, solo meno bravi di lui ad andare in moto (ma la moto ce l’avevamo tutti, e fino a un paio d’anni fa io ce l’avevo ancora). Simoncelli mi stava simpatico, ecco la verità. Ed ecco perché ne parlo.
Morire a ventiquattro anni è comunque una merda: anche se ti pagano milioni di euro per correre il rischio di morire e anche se sei un dirottatore suicida delle torri gemelle, perché se sei arrivato a esserlo, a quell’età, vuol dire che nel posto dove vivi c’è qualcosa di sbagliato e tu ne sei stato vittima. Morire a vent’anni è sbagliato comunque la guardi. Certe cose non si possono capire. Devi avere la fede, forse, e spero che coloro che gli volevano bene ce l’abbiano.
A noi, che non siamo né amici né parenti di Simoncelli, è comunque concessa la scappatoia dell’epica. Possiamo buttarla in poesia, perché gli eroi son tutti giovani e belli e se qualcuno bravo tramutasse Simoncelli in canzone tutta questa faccenda sarebbe forse meno brutta. De André l’ha fatto con Marinella, speriamo che qualcuno lo faccia pure per Simoncelli. Magari possiamo sperare che non siano gli 883.
Oggi, in tutte le trasmissioni e in tutti i giornali, Quando si parla di Simoncelli si accostano a lui le parole “guerriero”, “gentile” e “coraggio”. A me, che dispiace parecchio per il fatto che sia morto un ragazzo di ventiquattro anni che rideva sempre, l’idea che lui sia ricordato come un “guerriero coraggioso dal cuore gentile” mi consola non poco. Non siamo tecnici, non siamo periti, non siamo piloti e non siamo i suoi genitori, e non dobbiamo far altro che dispiacerci di come sono andate le cose, senza incancrenirci sulle loro cause, ammesso che ce ne siano. Siamo gente che si dispiace se muore gente che non se lo meritava; da ora in avanti, per me, Simoncelli sarà un ragazzo di ventiquattro anni che non aveva paura di niente (come gli eroi, mica come noi) e per questo poteva permettersi di ridere di tutto.
Zoe
Oggi è morto il mio cane, che era una femmina e si chiamava Zoe. Era con me da undici anni. E’ morta che pareva solo tanto stanca, non si muoveva più e non si alzava più, stava solo sdraiata e ti guardava. Ti guardava e nei suoi occhi non c’era un’espressione particolare: era Zoe.
Secondo me se ne è andata in un bel modo, dopo aver vissuto una bella vita. Naturalmente di lei ho mille ricordi, mille ricordi e troppo poche foto. Mi ricordo quando la presi, che in quei primi giorni mi vennero duemila timori. Lei era cucciola e da cucciola si comportava, io la guardavo e pensavo “e mo’ con questo botolo cosa cazzo ci faccio? Cosa cazzo vuole? Adesso questa mi cambia la vita”. Cosa che poi è successa, infatti, e meno male. La vita, apparentemente, me l’ha cambiata poco, quasi non me ne sono accorto, e comunque sono stati tutti cambiamenti belli. Ora che se n’è andata, qualche ora fa, aspetto di vedere cosa cambierà.
La vita è piena di cambiamenti e questo non sarà certo uno dei migliori. Però quando ho preso Zoe già sapevo che sarebbe andata così, dal primo giorno che salì sulla mia macchina. E’ finita bene, si è addormentata e non si è svegliata più. Ditemi dov’è che devo firmare.
Adesso, visto che siamo su un blog EMO e quindi in cerca di consensi e pat pat, potrei chiudere scrivendo che ora Zoe è nel paradiso dei cani, dove il cane più buono del mondo è giusto che stia. Invece voglio chiudere scrivendo che la stronza, solo il mese scorso, mi ha fatto spendere 80 pleuri di vaccino, e poi è morta.
Grande Zoe, che te ne sei andata da troll di livello. Spero che con il tuo collega Gheddafi vi troverete bene. Se ti capita, a quel figlio di troia, staccagli una palla con un morso. Poi ti spiego.
:*
A me ll trailer de L’Infedele fa sempre quest’effetto qua
[Voice over di Gad Lerner che legge il testo con la stessa intonazione di quella che legge i numeri del Lotto]
Mentre l’Italia soggiace allo spauracchio del default, qualunque cosa questa parola significhi, e lo spread (ma anche il trenfionz non scherza) con i titoli di Stato dell’Austria-Ungheria si fa sempre più consistente (come se a noi ce ne dovesse fregare qualcosa), nelle piazze di tutto il mondo moltitudini di genti si accampano sulle scale dei palazzi del Potere, incuranti dei vigili urbani che li guardano brutto e dei piccioni terrini che cacano loro addosso, gridando la loro indignazione per il fatto che qualcuno dei Lorsignori del pentapartito ha contratto debiti con comode rate millenarie attraverso il sistema di pagamento a babbo morto e che adesso che babbo è morto pare tocchi frugarsi a noi. Vi sembra regolare? A me no. Ne parliamo lunedì a L’Infedele con Mallio Ginetti [foto], Aristofane Squacqueroni [foto], Natalina Perculi Standa Della Cavallina [foto], Pietro Paolo Virdis [foto], Gregor Klesmynsky [foto], Lesbia Valgraziosi [foto], Varadero Rizla Blu [foto] e Il Coro del dopolavoro della ditta Bernardi Faliero Trasporti & Figli [foto].
La mia reazione, quando sento i nomi e vedo le facce, è sempre questa.
Un incipit
A volte succedeva quello che succede adesso: Georges Gerfaut sta guidando sulla circonvallazione esterna. E’ entrato dalla porta di Ivry. Sono le due e mezzo o forse le tre e un quarto del mattino. Un tratto della circonvallazione interna è chiuso per la pulizia della strada e sul resto del tragitto la circolazione è quasi inesistente. Sulla circonvallazione esterna ci sono due, tre, al massimo quattro veicoli per chilometro. Alcuni sono camion, spesso molto lenti. Gli altri veicoli sono auto private che viaggiano tutte a gran velocità, ben oltre i limiti consentiti. Tanti autisti sono ubriachi. Come Georges Gerfaut. Ha bevuto cinque bicchieri di Four Roses. E circa tre ore fa ha mandato giù anche due compresse di un barbiturico potente. Il miscuglio non gli ha fatto venire sonno, ma un’euforia inquieta che minaccia in ogni momento di trasformarsi in collera o anche in una specie di malinconia vagamente cecoviana comunque amara, vale a dire un sentimento non molto valoroso né interessante. Georges Gerfaut viaggia a 145 km/h.
Georges Gerfaut è un uomo che ha meno di quarant’anni. La sua auto è una Mercedes grigio acciaio. La pelle dei sedili è color mogano , così come l’insieme dei rivestimenti interni della macchina. L’interno di Georges Gerfaut è ombroso e confuso. Vi si distinguono approssimativamente idee di sinistra. Sul cruscotto dell’auto, sopra i quadranti, c’è una targhetta metallica opaca con su inciso il nome di Georges, il suo indirizzo, il gruppo sanguigno e un’immagine merdosa di San Cristoforo. Tramite due altoparlanti – uno sotto il cruscotto, uno dietro al sedile posteriore – un mangiacassette spande a basso volume del jazz stile west coast. Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, Bud Shank, Chico Hamilton.
So per esempio che fra un attimo partirà Truckin’, di Rude Broom e Ted Koeler, eseguita dal quintetto di Bob Brookmeyer. Il motivo per il quale Georges corre così sulla circonvallazione, con i riflessi allentati e ascoltando quella musica, va soprattutto cercato nel ruolo di Georges all’interno dei rapporti di produzione. Il fatto che Georges ha ucciso almeno due persone nel corso dell’anno non va tenuto in conto. Quello che succede adesso succedeva a volte anche prima.
Jean-Patrick Manchette, “Le Petit bleu de la côte Ouest”.
Adesso vi racconto com’è la Turchia
(Questo post è stato scritto previa autorizzazione della coprotagonista. Ogni riferimento a cose o persone intrise di FAIL è drammaticamente voluto)
E sicché la notte di mercoledì primo giugno siamo in casa e si ride e si scherza. Tutto va bene, perché il giorno dopo (2 giugno; lo dico per quelli che non sanno che dopo l’1 viene il 2) avremmo dovuto prendere l’aereo che avrebbe dovuto portarci a Istanbul per una breve vacanza.
Allora diciamo: “oh, ma non sarà il caso di vedere se ci fanno fare il check-in on line?”
E ancora risate, lazzi, motteggi sferzanti nei confronti di Alitalia e di quel figlio di puttana nano e pelato che ha brigato tantissimo per salvarla invece di farla fallire, dio di quì e madonna di là. Allora prendiamo i nostri fogliettini dove ci sono scritti i numerini per il volo e li inseriamo nel sito dell’Aliminchia.
E ci appare un messaggio che era tipo
IL VOLO NON ESISTE.
(più)
A noi, chiaramente, viene subito l’espressione del lolwut. Ma che minchia dice, ma che cazzo c’hanno nella testa, ma come si permettono, ma noi c’abbiamo il foglietto con la prenotazione, ma io gli faccio causa, la prossima volta andiamo in traghetto, ecc. Ma ancora ridevamo, sicuri che fosse un problema del software della nostra compagnia di bandiera.
E poi ci viene da guardare la data del volo che abbiamo sulla prenotazione. Partenza per il giorno 01/06/2011 alle ore 19.00.
01
06
2011
ZEROUNOZEROSEIDUEMILAUNDICI.
Ci siamo guardati, e avevamo questa faccia qui.
“No, ma aspetta.”
“Ma infatti.”
“Ma ora è già passata mezzanotte, quindi il primo giugno non è ora, era prima, e cioè domani. Perché ora ci frega che è notte, ma oggi è ieri. Cioè, volevo dire, è domani.”
“Sì.”
“Sì un cazzo.”
“Eh?”
“NOAOAOAOAOAOAOAOAOAOAOAOAOAOAO”
Quindi abbiamo realizzato che saremmo dovuti partire IERI.
DRAMA.
(faccia: questa)
Ci è passato in mente di tutto. Rimanere tappati in casa per tre giorni, quindi uscire e dire a tutti che Istanbul è una figata e si mangia benissimo, specie quel piatto caratteristico che poi avremmo cercato su Google. Far esplodere l’aeroporto di Pisa. Andare tre giorni al mare a Tirrenia, in tenda, tanto “l’importante è stare insieme, che ce ne frega”. Uscire fuori e uccidere il primo stronzo che incrociamo. Piangere.
Poi Milla ha detto: troviamo un altro volo. Io ho pensato subito ai soldi (sono tirchio povero), ma poi l’ho vista proprio presa male (io invece ero tutto giulivo!!1) e ho dato il mio benestare. Lei si è messa in caccia e ha trovato varie soluzioni: Malpensa – Istanbul alle 9 della mattina successiva, Palermo – Istanbul nel pomeriggio, Dublino – Istanbul tra due ore, Orio al Serio – Istanbul la scorsa settimana. Alla fine abbiamo trovato un volo Blu Panorama (?) alle cinque del pomeriggio del giorno dopo (che poi era il giorno stesso) da Fiumicino. Notare che noi eravamo nel paesino strainculato della provincia di Pisa dove abito io. Lo prendiamo, pagando con la mia carta di credito. Stiamo un po’ meglio. Adesso bisogna arrivare a Roma.
“Andiamo in macchina?”
“Ma poi abbiamo il ritorno prenotato a Pisa, mica possiamo atterrare a Pisa e poi tornare a Roma a prendere la macchina”.
(avevamo prenotato anche il ritorno)
“Eh, allora andiamo in treno”.
“Dai, prenota”.
Ripendiamo il compiuter in mano e cerchiamo un biglietto Pisa – Roma per il giorno dopo. C’è. Facciamo tutte le cosine perbenino: inseriamo le date, l’orario, i nomi, i moccoli, il numero della carta di credito e andiamo per confermare l’acquisto. Frasetta del sito delle Ferrovie:
NON SI PUO’.
Mah, avremo sbagliato. Ripetiamo l’operazione.
NON SI PUO’.
Merda. “Clicca lì, dove c’è scritto “problemi?”, vedrai che l’aggiustiamo. Chiedigli perché non si può. Clicco. Risultato:
“PERCHE’ NO”.
(faccia)
“Dai, porcamado’, posa quel cazzo di compiute di merda e andiamo in stazione a fare il biglietto, maledette ferrovie di questo cazzo, merde merde merde merde”.
Allora ci vestiamo, smettiamo di piangere e scendiamo giù, prendiamo la macchina e usciamo fuori, nella notte senza luna.
Dopo un quarto d’ora arriviamo alla stazione di Pontedera. Chiusa. Svegliamo il barbone, gli chiediamo se è vero che la stazione è chiusa, schiviamo il suo catarro (prendendolo per un sì) e rimontiamo in macchina, destinazione Pisa. Saranno state le 3 di notte. Dopo un altro quarto d’ora arriviamo a Pisa, dove la stazione è aperta e i barboni sono tutti svegli e ci accolgono con una selva di fischi.
“Dai, alla macchinetta!1″
Facciamo il biglietto. Abbiamo talmente tanta agitazione addosso che come stazione di partenza, invece di “Pontedera – Casciana terme” scriviamo nell’ordine “Pontremoli”, “Ponte Buggianese” e, inspiegabilmente, “Sestri Levante”. Ce la facciamo. Dobbiamo pagare col bancomat: inserisco la carta di credito. Allora rifacciamo tutto e dobbiamo pagare con la carta di credito: inserisco il bancomat. Rifacciamo tutto e decidiamo di pagare col bancomat o con la carta di credito: inserisco la tessera della biblioteca di Follonica (GR). Milla mi dà uno schiaffo (applausi dei barboni) e fa tutto lei mentre io cerco di raccogliere i denti. Ripartiamo che sono quasi le quattro. Mezzora dopo siamo a casa mia: il treno parte alle 5 e mezzo da Pontedera, abbiamo giusto il tempo di fare i bagagli.
[Parentesi patetica nel drama]
Nelle nostre teste, di tempo per fare i bagagli ne avremmo dovuto avere in abbondanza il 2 giugno, perché secondo noi saremmo dovuti partire alle 19.00; per cui avevamo previsto di dormire fino alle undici, farci un par d’ore di piscina, fare i bagagli e poi andare con tutta calma all’aeroporto di Pisa, dove avremmo aspettato l’orario del volo comodamente seduti sui divanetti della sala d’aspetto, amoreggiando come due colombe.
[/parentesi patetica nel drama]
Andiamo a casa, facciamo i bagagli col terrore di dimenticarci qualcosa. Scendiamo le scale, controllando ogni tre scalini se abbiamo i passaporti. Prima di salire in macchina guardiamo se abbiamo prenotato bene, se le date adesso corrispondono: sembrano corrispondere alle date che si sono sul mio telefono, su quello di Milla, sulla mia auto e sulla sua. Pensiamo di svegliare i vicini per vedere se corrispondono anche alle loro, di date sul telefono, ma poi decidiamo di rischiare e che basta così. Arriviamo a Pontedera e parcheggiamo sopra un albero. Andiamo alla stazione e prendiamo il treno per Pisa; arriviamo alla stazione di Pisa e prendiamo il treno per Roma Termini; arriviamo a Roma Termini e prendiamo il treno per Fiumicino; arriviamo a Fiumicino e andiamo al banco del check-in, dove ci dicono che è troppo presto e che ci sono da aspettare QUATTRO ORE.
Decidiamo di andare a morire per terra, fuori, dove si può fumare. Fumiamo 6 sigarette a testa e rientriamo, “hai visto mai che ci fanno passare prima”. Andiamo al banco del check-in e ci dicono che siamo quelli che erano passati un quarto d’ora fa e che ci hanno sgamati. Riandiamo fuori. Fumiamo. Ci abbiocchiamo (credo). Milla ringhia nel sonno ogni volta che qualcuno con la divisa dell’Alitalia transita a una distanza di 500 metri da noi.
Dopo due ore di sonno comodamente sdraiati nella ghiaia (i barboni della stazione sarebbero stati fieri di noi), riproviamo al check-in. C’è la nostro foto con scritto “questi non devono passare”. Non ci fanno passare. Andiamo da McDonald, in culo ai no-blobal, e ci spariamo due o tre McMinchia Menù. Ci abbiocchiamo di nuovo, sui divanetti, ci svegliamo con la paura di aver fatto tardi. Cominciamo a correre verso il check-in, spostando la gente sulle scale mobili a colpi di wrestling. Arriviamo al bancone, facciamo la fila: è troppo presto e non ci fanno passare.
(faccia)
(faccia di quella del check-in)
Stramazziamo al suolo, senza dormire, senza parlare, senza respirare. Ogni tanto emettiamo dei versi che richiamano (ma questo ce l’hanno detto gli altri passeggeri, dopo) degli strani uccelli dalle piume giallastre, apparentemente inabili al volo. Dopo quarantacinque minuti alcuni viaggiatori ci raccolgono, ci infilano in bocca il passaporto e ci depositano al banco del check-in, dove propongono agli impiegati di spedirci come bagagli da mettere nella stiva.
Ci svegliamo un attimo prima che ci buttino sui rulli e riusciamo a imbarcarci come passeggeri normali (più o meno). L’aereo parte, ma noi non ce ne accorgiamo perché veniamo colti da narcolessia appena tocchiamo il corridoio dell’aeromobile. Ci svegliamo che siamo a Istanbul, comodamente sdraiati nelle cappelliere sopra i sedili. Rotoliamo fuori. Non dormiamo *veramente” da 36 ore.
Prendiamo un autobus guidato da uno che probabilmente c’incula 7 euro a testa. Arriviamo in piazza Taksim e prendiamo un taxi (scusate il gioco di parole, ma stiamo pur sempre parlando di parole turche). Il tassista non ha idea di dove cazzo sia il nostro albergo. Lo chiede per telefono a tre o quattro persone diverse, ma alla fine ci deposita davanti a un coso di legno, che pare sia il nostro albergo. Effettivamente lo è, e FA PIANGERE GIESU’. Ci infilano in un sottoscala molto confortevole (se sei una piattola) e moriamo sul letto.
ISTANBUL E’ FIGA, AMICI.
Stiamo bene tre giorni, a parte una volta che Milla mi tratta male perché ci siamo svegliati tardi e secondo lei era colpa mia, mentre secondo me era colpa sua, e quindi le tengo un muso lungo che sembro un levriero afghano. Poi però mi passa (tra un paio di settimane) e stiamo bene.
La sera prima di ripartire Milla mi dice: “Oh, sono stata proprio bene. A questo punto può succedere di tutto, anche che adesso andiamo in aeroporto e scopriamo che il volo di ritorno ce l’hanno annullato perché non abbiamo preso quello di andata“.
“Eheh”, faccio io.
“Ehehe”, fa lei.
“Ma te lo immagini?”
“LULZ, riderone!”
E la vita ci sorrideva di nuovo.
La partenza era prevista per le 06.00 del mattino di domenica 5 giugno: questo significava che saremmo dovuti partire alle 02.00 dall’albergo, con una bus-navetta. Quindi abbiamo pensato di non dormire, ché tanto poi avremmo dormito in aeroporto.
Alle 2.00 prendiamo il bus navetta, alle 3.00 siamo in aeroporto. Milla è contenta perché è riuscita a trovare la maglietta con la bandiera della Turchia fatta di brillantini. Io sono contento perché lei è contenta. Tutti, nell’aeroporto, sono contenti.
Andiamo al banco del check-in e facciamo la nostra brava fila. Diamo in mano alla tipa i fogli con la prenotazione e i passaporti. Lei guarda i fogli, poi guarda noi. Noi guardiamo lei. Lei guarda i passaporti e poi guarda il monitor. Lo fissa. Lo fissa tanto. Noi ci guardiamo. Lei ci riguarda, poi riguarda i passaporti, poi i fogli, poi il monitor. Non ci dà il foglietto con scritto il numero del gate, non ci ridà i passaporti, non ci fa imbarcare i bagagli. Quando fa per prendere il telefono in mano, capiamo.
L’ORACOLO DI MILLA HA COLPITO.
La tipa ci dice che, avendo saltato il viaggio d’andata, abbiamo perso la prenotazione su quello di ritorno.
(faccia di quella del check-in)
Ancora una volta emettendo il richiamo per uccelli gialli, ci rechiamo al coso dei biglietti di Alitalia, dove dentro c’è una troia donna. Gli spieghiamo la situazione.
“Il vostro posto non c’è più”.
“Sì, TROIA, ma come dobbiamo fare?”
“Non lo so. Dovete prendere un altro aereo”.
Sveniamo. Ci risvegliano gli uccelli gialli, che ci becchettano gli occhi nel tentativo di mangiarci le pupille. Dopo averli scacciati, decidiamo di cercare un internet point per trovare un altro volo e andiamo dall’omino delle informazioni.
“Scusi, c’è un internet point?”
“Di là.” (ci indica a sinistra col braccio)
Andiamo a sinistra col braccio e troviamo un sgabuzzino con un russo dentro. Diciamo al russo che abbiamo bisogno dell’internez (erano le tre di notte). Il russo ci attacca un compiuter e ci fa spippolare. Dopo cinque minuti che non riusciamo a capire come mai www.lastiminute.it non funziona, il russo, mosso a pietà, ci spiega che quella che pigiamo noi non è la “i” giusta. E’ una “i” turca. Pare che i turchi ne abbiano due. Dobbiamo pigiarne un’altra. La pigiamo talmente tante volte, disperati, che per due o tre volte scriviamo www.lastmiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiinute.iiiiiiiiiiiiiiiiiiiit.
Poi ce la facciamo e vediamo quali voli ci offre. Il primo è Istanbul – Pisa, via Pechino, ma è già partito. Il secondo è Istanbul – Catania, via Johannesburg, ma parte l’anno prossimo. Il terzo è Istanbul – Firenze, via Vienna. Parte alle 08.00, ce la facciamo. Lo acquistiamo con la mia carta di credito.
“Adesso”, dice Milla, “Dobbiamo solo aspettare che Last Minute ci confermi la prenotazione via mail.
Passano dieci minuti: niente mail.
Passano venti minuti: niente mail.
Passano trenta minuti: niente mail.
A me (giuro) si incastra un piede tra il banco e la sbarra per poggiare i piedi. Giuro. Non mi era mai successo. Provo a liberarmi per almeno cinque minuti, invano. Milla non sa se ridere o se piangere. Riesco a liberarmi solo dopo che mi tolgo la scarpa. Non so come sia possibile che sia successo. Ancora non me lo spiego. Scusate. Sono imbarazzatissimo.
Il russo ci guarda come se fossimo terroristi ceceni.
“Oh”, faccio io. “Vuoi vedere che ho superato il massimo di spesa della carta di credito e hanno bloccato il pagamento?”
(si odono rumori di richiamo per uccelli gialli.)
Bestemmie. Andiamo su Lastminute: la prenotazione pare confermata. Decidiamo di andare a fare colazione e ridiamo l’internez al russo, che non ha da farci il resto e ci fotte 5 pleuri. Facciamo colazione, impastando un cappuccino grosso come una damigiana con le nostre lagrime. All’improvviso, l’illuminazione: andiamo sul sito della carta e vediamo se mi hanno scalato i soldi; se me li hanno scalati, è fatta.
Torniamo dal russo, ma lui non c’è. Fuori dal suo sgabuzzino c’è una coppia di giapponesi che sta aspettando che torni. Noi non possiamo aspettare e torniamo dall’omino della informazioni, chiedendogli se c’è un altro internet point. “Di là”, fa lui, indicandoci a sinistra con il braccio. Noi andiamo a sinistra e, dopo sei chilometri e un’ora, troviamo un chiosco fotografico che ha internet. Uccelli gialli volteggiano sopra le nostre teste. Andiamo sul sito della carta. Non mi ricordo la password per il login. Me la faccio spedire sulla mail. Niente. Non mi ricordo neppure l’username, me lo faccio spedire sulla mail. Niente. Sono passati cinque giorni e ancora sto aspettando che mi arrivino password e username.
Allora torniamo su Lastiminute. Ora c’è scritto che la nostra prenotazione per il volo Istanbul – Vienna – Firenze ha avuto dei problemi e non sono più tanto sicuri se ce la danno; però ce lo faranno sapere entro VENTIQUATTRORE.
(gli uccelli gialli sembrano le frecce tricolori)
Scorriamo tutta la mail e in fondo, piccino picciò, c’è scritto che se però abbiamo bisogno di una risposta urgente, possiamo mandare una mail all’indirizzo rispostaurgente@diocanaccio.it. Gli mandiamo la mail, con scritto chi siamo, cosa abbiamo prenotato, che problemi abbiamo con la carta di credito, cosa cazzo vogliamo che ci dicano: se abbiamo prenotato o no.
La risposta urgente è arrivata la mattina dell’ 8 giugno.
Visto che nessuno ci cagava, abbiamo deciso di andare a fumare. Però non si poteva uscire, perché negli aeroporti turchi devi fare il controllo sicurezza appena entri, non quando vai al gate. Noi avevamo già fatto dentro e fuori per fumare tipo 6 volte e avevamo il timore (giustificato) che alla settima volta i cordiali poliziotti turchi (tutti vestiti con turbante e scimitarra) si sarebbero un po’ insospettiti, ci avrebbero nascosto della droga addosso e ci avrebbero tagliato la testa (mi pare che in Turchia funzioni così, c’era scritto sulla Lonely Planet). Quindi abbiamo cercato un posto dove i paria come noi possono fumare (negli aeroporti civili c’è) (non a Fiumicino, per dire).
Siamo andati dall’omino delle informazioni. Prima ancora che gli chiedessimo “scusi…” ci ha detto “di là”, indicandoci a sinistra col braccio. Dopo una vita passata a camminare in direzione sinistra col braccio siamo arrivati a una specie di terrazzo dove c’era gente che fumava e ci siamo entrati dentro. Abbiamo fumato una ventina di sigarette e poi siamo usciti. Si tossicchiava un po’.
Siamo passati davanti al chiosco del russo: ancora non c’era, e il giapponese era entrato dentro cercando di impossessarsi del computer, con le guardie turche che cercavano di impedirglielo (true story).
Torniamo dal fotografo. Niente mail, a nessuno. Allora decidiamo che a quel punto potevamo guardare se c’erano altri voli. Ce n’era uno Blu Panorama (?) Istanbul – Roma, partenza alle 17.00, al costo di un terzo di quello Istanbul – Firenze. Mo’ il dilemma era: prenotiamo subito anche quello per Roma, ché sennò poi finiscono i posti? Ma come facciamo se poi risulta che siamo anche su quello per Firenze?
Dopo un ampio e approfondito dibattito, per il quale dobbiamo ringraziare gli uccelli gialli per la sentita partecipazione, decidiamo che sì, tanto il volo della Turkish per Firenze non ce l’hanno fatto prenotare, quindi tanto vale rischiare e prendere quello Blu Panorama (?) per Roma. Lo prendiamo, stavolta con la carta di credito di Milla.
E a questo punto realizziamo che l’aeroporto di partenza non è quello dove siamo noi.
Non è l’aeroporto Ataturk (IST), ma l’aeroporto Sabiha (SAW), a circa 5 giorni di cammino a dorso di mulo.
Vabbè.
Tanto abbiamo tempo. TANTO TEMPO.
A questo punto dobbiamo essere sicuri che non abbiamo anche i biglietti per il volo per Firenze, ché sennò a quel punto avremmo speso meno a noleggiare un jet privato. Decidiamo di andare dal ticket office di Turkish Airlines e sentire se risultavamo prenotati. Allo sportello c’è una. Le chiediamo se abbiamo il volo prenotato e lei ci dice che sì, abbiamo la prenotazione.
DRAMA.
Però non avevamo ancora pagato, quindi per ora sticazzi.
SCENE DI GIUBILO con conseguente lolwut della tipa, che invece si aspettava di vederci esplodere in un pianto dirotto ed era già pronta ad offrirci un volo Istanbul – Cuneo (via New York).
Allora salutiamo tutti i nostri amici turchi (il fotografo, il tipo delle informazioni, i poliziotti, il russo, gli uccelli gialli) e usciamo a prendere un taxi per piazza Taksim. Una volta lì, cerchiamo un autobus per l’aeroporto Sabia, Saiba, come porcoddio si chiama. Lo prendiamo e dopo un tempo infinito arriviamo. Appena entrati in aeroporto realizziamo che c’è il wi-fi gratis. Appena Milla si connette col cellulare, le arriva una mail in cui lastiminute.it ci informa, tutta gioiosa, che i nostri posti sul volo per Firenze sono prenotati!!!1!
!!!
Bestemmie/drama.
“No, dai.”
“Sì, ma oh.”
“Cioè, dai.”
“BASTA CRISTO BASTA”
Adesso abbiamo due voli prenotati, per la modica spesa complessiva del PIL della Nuova Zelanda. Andiamo al ticket office di Turkish Airlines, c’è una.
“Scusi signorina, ma mi dica un po’, ma noi siamo per caso prenoatati su un vostro volo per Firenze?”
“Sì.”
“Bene. Un’altra domanda: c’è un posto tranquillo dove possiamo suicidarci senza dare troppo fastidio?”
“No.”
“Ah, che peccato.”
“Però, aspettate, non mi risulta ancora l’acquisto dei biglietti, quindi sul volo non c’eravate.”
(c’eravate, al passato: sì, perché oltretutto la mail di conferma ci è arrivata quando il volo era già partito.)
Ok, riprendiamo a respirare (eravamo già tra il rosso e il rosso pompeiano) e andiamo a morire sul pavimento, accanto a una presa elettrica abusiva dove mettiamo a caricare i cellulari. A turno ci alziamo, usciamo fuori a fumare una sigaretta e poi rientriamo facendo la solita trafila di controllo documenti come probabilmente ti facevano nel ‘69 quando da Berlino Ovest dovevi andare a Berlino Est.
Passiamo sette ore così, tra la vita e la rottura di coglioni. Quando ci alziamo da terra per andare al check-in dimostriamo 65 anni. Andiamo al check-in e gli diamo i passaporti e la mail con la prenotazione. Il tipo al banco parla inglese come io parlo turco. Guarda i passaporti, poi guarda noi. Guarda il foglio con la prenotazione, poi guarda il monitor. Lo fissa. Fissa noi. Noi fissiamo lui. Parte Cockeye Song di Morricone. Stormi di uccelli gialli ci guardano appollaiati sui lampadari, pronti a spiccare il volo.
Ad un certo punto, come in un fiaba, il tipo pigia un bottoncino magico sulla sua tastiera del cazzo. Da una stampante cominciano a uscire i foglietti della felicità. Li attacca ai nostri bagagli e ci consegna le carte d’imbarco: siamo sul volo.
Addio Turchia! Addio uccelli gialli, addio amici!
Andiamo al gate (altro controllo con sbirri scimitarra muniti).
Cerchiamo un posto dove poter fumare: non c’è.
Andiamo a prendere un caffè. Chiediamo un espresso e ci portano una botte a testa con dentro del liquido nero. Festeggiamo ugualmente. Ci fanno andare in una sala d’aspetto (altro passaggio dai giannizzeri turchi) e, essendo fatta per aspettare, aspettiamo. Nell’attesa, visto che una volta atterrati a Roma non ci sono treni per Pisa perché arriviamo troppo tardi, cerchiamo un albergo in zona Termini. Lo prenotiamo tramite Venere.com e tutto va bene: mail, conferme, cazzi, tutto. Poi ci dicono “raga, è arrivato l’aereo” e ci alziamo tutti in piedi pronti per l’imbarco. E probabilmente un aereo sarà pure arrivato, mica voglio dire che i turchi sono bugiardi, solo che non era il nostro, perché rimaniamo fermi in piedi come coglioni per circa 45 minuti. Poi arriva anche il nostro, di aereo, e c’imbarchiamo. Ci addormentiamo che siamo ancora sulle scalette e ci risvegliamo a Fiumicino.
Non ci sono treni per Roma per le prossime tre (3) ore. Ffffffuuuuuuu? Fffffffuuuuuu.
Cerchiamo un autobus. Lo troviamo. Ci abbiocchiamo. Arriviamo a Termini. Ci incamminiamo verso l’albergo, che venere.com dava come ” a soli dieci minuti dalla stazione”. Ma probabilmente era “a solo dieci minuti di volo col Concorde”, perché per arrivarci ci mettiamo circa 36 ore. Entriamo, l’albergo è un figata. C’è il portiere di notte.
“Buonasera, abbiamo una prenotazione a nome Milla”.
“No.”
“Ahaha, no, seriamente, ce l’abbiamo.”
“No.”
“Come no?”
“Non c’è niente.”
“Signor portiere, abbiamo la prenotazione di venere.com.”
“Le prenotazioni di venere.com le confermiamo dopo 24 ore.”
“Tua madre.”
“Come?”
“No, dicevo, ma non avete altre stanze?”
“Certo che ce l’abbiamo.”
“Vabbè, allora ne prendiamo una.”
“Solo che se prenotate con venere.com costa 75 euro, se la prendete direttamente da qui ne costa 350.000.”
”
”
”
”
“Arrivederci.”
E ci avviamo mestamente verso Termini, pronti per dormire alla barbona. Il portiere di notte, mosso a compassione, esce fuori a chiamarci.
“Signorina Milla, venite. Facciamo che vi do la stanza al prezzo di venere.com, MORTI DI FAME.”
”
”
Andiamo nella stanza, dormiamo 30 secondi e usciamo a mangiarci una pizza. La pizzeria è figa, la pizza è buona, i pizzaioli/camerieri carinissimi. Poi vi dico come si chiama. Andiamo in albergo e moriamo. Il giorno dopo andiamo in stazione e prendiamo il treno. Dormiamo sul treno. Arriviamo a Firenze e ci infiliamo sul primo treno per Pisa che troviamo. Milla mi fa:
“Ma sei sicuro che fermi a Pontedera?”
“Ahah, topola, ma scherzi? Ma certo che sì, qui siamo a casa mia, tutti i treni che fanno Firenze-Pisa fermano a Pontedera, sciocchina!!1″
Quindi saliamo sul treno. UN SECONDO prima che si chiudano le porte, una voce registrata ci annuncia che:
“CIAO RAGA, IL TRENO NON FERMA A PONTEDERA”
Milla mi guarda come se fossi una scolopendra e mi afferra per le orecchie, trascinandomi fuori. Quarantacinque minuti dopo prendiamo il treno giusto. Ci addormentiamo. Arriviamo a Pontedera e prendiamo la macchina fino a casa mia. Ci addormentiamo.
Morale della favola (mia): non perdete mai il volo d’andata, perché altrimenti le cose si complicano un po’.
Morale di Milla: Alitalia stramerda, fallire tutti quanti dovete, accidenti a voi e a chi vi ha salvato il culo, COSA CAZZO C’ENTRAVA CANCELLARCI IL BIGLIETTO DI RITORNO, ASSASSINI BASTARDI.
La Turchia mi è piaciuta parecchio, srsly.
La storia infinita, che comunque poi per fortuna finisce (male)
Un uomo sedeva sulla riva di un fiume, e il suo cuore era avvolto dalla tenebra. Allora un pesce dalle squame d’argento uscì dalle acque, e gli chiese:
“Oh, cazzo fai?”
E l’uomo rispose: “Il mio cuore è avvolto dalle tenebre, o pesce. Ho perduto la felicità”.
“Uomo, se il tuo desiderio è quello di ritrovarla, recati alla Montagna del Fuoco e cerca la Casa del Sole, immersa nella Foresta del Vento. Lì, accanto al Bar Batrucco, troverai la risposta. Comunque l’importante è che ti levi di lì, perché mi fai ombra”.
Allora l’uomo si mise in cammino, e sul far della sera giunse ai piedi della montagna.
“Ahimè”, disse, “questa montagna è troppo alta. Non riuscirò a raggiungerne la sommità, e non potrò mai più ritrovare la felicità perduta”.
Ma tutto d’un tratto un’aquila dalle piume color del cavo per lo scarico a terra squarciò le nubi della notte e planò dal cielo, fermandosi davanti a lui.
“Scusa, c’hai cento lire?”, gli domandò.
“No”, rispose l’uomo.
“Ok”, rispose l’aquila, e si alzò in volo.
Allora l’uomo disse: “Povero me, sono state scritte altre due o tre righe di post, l’episodio (divertentissimo) dell’aquila è già passato e io non posso ancora raggiungere la vetta della montagna e recuperare la mia felicità perduta”.
Poi, vinto dal sonno e dalla stanchezza, si addormentò.
E morì.
FINE
Ma un principe azzurro, sul suo cavallo bianco, passò di lì; egli vide l’uomo che giaceva a terra e se ne sbattè i coglioni. Il suo cavallo, però, colpito dalla bellezza del cadavere (era pur sempre un cavallo, gente che apprezza le carrube), lo baciò. L’incantesimo (?) allora finì e l’uomo si risvegliò. Egli disse: “Oh, me tapino, non riuscirò mai a salire sulla vetta della montagna ecc ecc”.
Al che il cavallo si pentì immediatamente di averlo baciato e si uccise per il rimorso masticando una capsula di cianuro che aveva tra i denti (che poi è il motivo per cui non si deve guardare in bocca ai cavalli). Ma l’uomo, colpito dalla su bellezza, lo baciò: il cavallo quindi risorse, tutto incazzato, e cominciò a prendere l’uomo a calci in culo.
“Ah”, disse l’uomo, “adesso, oltre a non poter raggiungere la vetta della montagna, mi prendono pure a calci in culo i cavalli
“.
In quel preciso momento uscì però dalla foresta un gatto dal manto dai mille colori (tutti meno il verde #00FF33). Egli si avvicinò all’uomo, e gli disse:
“Uomo, tanta è la rottura di coglioni che ci hai procurato, a noi abitanti fatati del magico bosco di Ponte Buggianese (PT), che ora desidero aiutarti. Percorri dunque questa strada fino a quando non incontrerai un grande salice dalle foglie di abete. Lì prendi una corda e appendila al ramo più alto; quindi cerca, con le tue mani di merda, di farci un cappio. A quel punto infilaci la testa dentro e impiccatici male. Vedrai che qualcuno, a quel punto, la felicità la ritrova”.
“Grazie, o gatto dal versicolore mantello”, rispose l’uomo, “farò come dici”. E allora egli percorse la strada e giunse al salice fatto a ciliegio, dove però si rese conto di non avere con sè la corda.
“Dio prete”, disse, “mi son scordato la fune. Adesso non potrò appenderla al ramo più alto del salice e fare come mi ha detto il gatto dal manto dai mille colori, accidenti alla puttana impestata della mad-”
Ma mentre diceva queste parole di (comprensibile) sconforto, un leone dalla folta criniera infuocata si fece avanti, interrompendolo con una zampata che gli amputò un braccio e lo fece diventare brutto.
“Ahimè”, disse l’uomo, “un leone mi ha picchiato, impedendomi in tale modo di portare a termine ciò che mi ero riproposto di fare. Adesso non potrò mai più ritrovare la felicità che ho perduto in precedenza”.
Al che il leone disse: “Oh, abbi pazienza, m’è venuto così. Speravo che uccidendoti questo post finisse”.
E l’uomo disse: “Quale post?”
E il leone rispose: “Questo“. E lo uccise con un’altra zampata tra moccio e bava.
FINE
MA in quel momento un fenicottero viola con l’Aids conclamato uscì abbaiando dalle viscere della terra e, lanciando fulmini a basso amperaggio dall’unico occhio che aveva posto in mezzo alle sue corna di coleottero marino ricoperte di ratafià, disse:
CIAO RAGA
M’ANNOIAVO
E QUINDI ECCOCI QUI
PERO’ ORA RIVADO VIA
CIAO
E l’uomo disse: “Mah, meno male che sono morto, perché io mi stavo già rompendo le palle”.
E i lettori di questo post risposero: “Figurati noi”.
E io cliccai sul tasto “pubblica”.
Poi che c’entra, anch’io sono contento che PISApia abbia vinto a Milano, ma da qui a scriverci un post e a dire la mia, voglio dire, mica sono uno dell’internez. Io il prossimo post politico ho deciso che lo scriverò quando già saranno pronte le brigate partigiane (le brigate Alvaro Recoba) e i ragazzi mi avranno nominato loro capo. Come nome di battaglia da cucirmi sul fazzoletto devo ancora decidere tra “Satanasso”, “Tigre” o “Pìgola”, come mi chiamavano da piccino perché rompevo i coglioni.
Letargi (o letarghi)
In natura ci sono vari tipi di letargo. C’è quello del pipistrello, che si addormenta a ottobre, si desta a marzo, di giorno dorme e di notte veglia. E la notte è corta, d’estate.
C’è quello dei gatti, che dormono diciannove ore al giorno e in quelle sei che sono svegli ti rompono tantissimo le palle chiedendoti la pappa, cacandoti sul tappeto, devastandoti le tende, portandoti i mezzi topi morti.
C’è quello di mia zia vecchia poco prima di morire, povera donna, che se non consideriamo i topi morti era abbastanza simile a quello del gatto.
E poi c’è il mio, che dormo tre ore a notte e che comunque non sono mai sveglio, neanche nelle ventuno ore rimanenti.
Mah
Buonasera,
volevo dire la mia sul fatto che Obama è andato in tivvù tutto contento a dire che avevano ammazzato a Bin Laden: secondo me si è trattato di un’evidente caduta di st-
mah.
che par di coglioni.
Allora ci terrei a mettervi al corrente di come la pensi sulla beatificazione di Will & Kate:
No.
No, ma allora il papa? No quello di ora, io dico il papa vecchio, quello col palletico: l’altro ieri era tipo il suo compleanno. E’ nato il giorno in cui lo hanno fatto santo, mi pare. Una bella coincidenza, no? Lo sapevate voi? Io sì. Secondo me è scandaloso che abbiano voluto fare il compleanno del papa il primo maggio, festa dei lavoratori.
Ma che palle.
I lavoratori, dico. Ma che cazzo c’hanno da festeggiare? Il fatto che lavorino? E gli sembra una cosa da festeggiare? Io indirei la festa dei nullafacenti, dei mantenuti e di quelli che campano di rendita: allora sì che verrebbe un bel concertone, il primo maggio. Da un parte quelli che fanno la ola tutti vestiti di kashmire, dall’altra i pankabbestia, tutti devastati come io quando tornavo dagli allenamenti.
Che poi, anche lì: il sindacato si è schierato contro il sindaco. Ma solo a me sembra una stronzata? Sarebbe come se il proletariato si schierasse contro il proletario, come se il pan grattato si schierasse contro l’atto di grattare il pane, come se il solfato si schierasse contro un atomo di zolfo centrale circondato da quattro atomi di ossigeno equivalenti in un arrangiamento a tetraedro.
Ma che mondo è diventato questo? Eh? Dove sono i sindacati, i pangrattati e i solfati di una volta?
Che mondo è un mondo dove il Milan torna a vincere lo scudetto e noi – se ci va bene – si lotta per i preliminari di Champions?
Insidiati dal NAPOLI?
No, dai. Basta. Paese di merda. Ho deciso che emigro.
Pensavo a Massa Marittima.
Ci fanno il cinghiale buono, pare.
Magari, se ne ho voglia, non passo neppure dall’Aurelia (quella la fanno tutti, e poi c’ho preso due autovelox).
Pensavo di prendere la direttrice Larderello – Castelnuovo Val di Cecina.
Ho voglia di rivedere i luoghi che ho già rivisto una volta che ci sono passato.
Madonna, a volte scrivo veramente di merda.
“Rivedere i luoghi che ho già rivisto”.
Ma manco il Trota, cazzo.
Madonna.
Comunque poi William e Kate non hanno fatto neppure il viaggio di nozze, meschini.
Chissà a lei come le girano i coglioni. S’è sposata un mezzerellone lungo lungo, vestito da soldatino di piombo, e poi non la porta neppure in viaggio di nozze.
Dice che in Giordania c’è da ave’ paura, perché ci sono i beduini e lui non si fida.
Ma dai, ma che discorso da mezza sega.
C’era il mio allenatore che c’era un mio compagno di squadra che lui lo chiamava sempre mezzasega.
L’allenatore al compagno, no il compagno all’allenatore.
(madonna, IL TROTA)
A noi ci faceva sempre ridere, ma c’è da dire che noi si era anche una massa di stronzetti che sotto le docce ci davamo le schicchere sul culo mentre il culo (il padrone del culo, per la precisione) era distratto.
Minchia, un dolore.
Però si rideva anche tanto, eh?
Cioè, noi si rideva, il mio compagno che tutti (per imitazione) lo chiamavamo messasega non rideva mica.
Che poi lui, testa di cazzo, era l’unico che si faceva la doccia con le mutande.
No, imbecille, ma allora sei scemo: già sei una mezzaa sega, poi ti fai anche la doccia colle mutande?
Ma allora te le cerchi.
Mezza sega.
L’ho rivisto l’altro giorno, è diventato grande e grosso e tutto muscoloso.
Secondo me piglia li asteroidi.
Mezzasega.
Però non lo so se oggi glielo andrei a ridire.
Oh, era proprio grosso.
Tutto tatuato, minchia.
Pareva coso, quello che fa i film con le macchine truccate.
Uin Disel.
Mezza sega un cazzo, raga.
Povera Kate, neanche in viaggio di nozze.
Ma magari se lo fanno dopo, eh.
Tanto questi qui mica c’avranno da lavorare.
Poi boh, può anche essere che lavorino, ma io non lavorerei.
Stocazzo, io un principe che lavora non l’ho mai visto.
Coso lavorava, Totò, ma lui era un principe finto. Un principe senza corona e senza scorta, che bussò cent’anni ancora alla sua porta.
Dai, quello non era un principe, era un re. Lo so, eh?
Licenza poetica.
Mi sta venendo abbastanza poetico questo cazzo di post?
Sono abbastanza naif?
In verità lo faccio apposta, eh?
Io sono sgamatissimo.
E’ per finta.
Stavo pensando anche a Volterra, come posto dove emigrare, dove cambiare vita.
Che Volterra è strana, sono in provincia di Pisa ma parlano tutti aspirati…
Mezze seghe.
Poi dè, a Volterra non c’è un cazzo, etruschi e alabastro, e stop.
Invece a Massa Marittima c’è i butteri.
I butteri sono tipo dei cau boy, ma più ganzi.
Tipo che una volta fecero il culo a Bufalo Bill quella volta che Bufalo Bill venne in tour in Europa.
(Massa Marittima è in Europa)
Dai, Bufalo Bill, ma ti levi di ‘ulo, cioé, ma dove cazzo vai.
Facile stempiare l’indiani, eh? Pensa se Colombo sbarcava in Maremma, e invece dell’Indiani ci trovava i Butteri.
Minchia, il culo come una bocca di ciuo, gli facevano, a Bufalo Bill.
Ma vai, o brodo…
Ma smettila.
Ma smettiamola.
Il problema mio è che non so mai come finire i post e allora mi vengono sempre troppo lung-
Breve saggio sulla figura di Bombardo Calamadonna, rivoluzionario. Parte prima
Capitolo 1 – Linfanzia e ladolescenza
Bombardo Calamadonna nacque nel 1907 a Mirate sul Bimbo, una tranquilla cittadina nei pressi del Centro-Sud. Suo padre Winston, un maschio, era impiegato come raccoglitore di forfora nella piantagione di Cignale, di proprietà della Società Anonima Lavorazioni Che Anche Se Non Le Fai E’ Uguale, appartenente alla multinazionale americana Gruppo Quaglietti Srl, che nel corso degli anni ‘50 sarà poi accusata di connivenza col regime e trattata male un po’ da tutti. La madre, Carabina Della Mazzata, apparteneva invece alla piccola nobiltà locale, che quello della sua famiglia che stava meglio c’aveva la tigna ed era povero. L’ambiente familiare influenzò molto la formazione del giovane Calamadonna, che si legò in special modo al nonno paterno, Caligola, vecchio garibaldino che però quando fecero la spedizione dei Mille non poté andare perché non gli si accese la macchina. Caligola introdusse il nipote allo studio delle opere dei grandi rivoluzionari ottocenteschi (in special modo Mazzini, Bakunin e Pinocchio), facendo sorgere in Bombardo quel sentimento di sorda ribellione nei confronti degli apparati repressivo-burocratici della società italiana del primo Novecento1 che lo contraddistinguerà per il resto della sua vita.
Bombardo frequentò il liceo cattolico “T. Torquemada”, dove sviluppò ulteriormente l’insofferenza per ogni pensiero e manifestazione religiosa e per le gerarchie vaticane in particolare (cfr. Metilparaben, post del 5.12.1929 intitolato “Diamo il benvenuto a Bombardo, che entra nella nostra squadra di autori”)). Durante gli anni della scuola, Calamadonna si legò agli ambienti repubblicani gravitanti attorno al circolo “7 giugno”2, ove poté entrare in contatto con le personalità più attive nel movimento democratico dell’epoca, come il l’avvocato Caruso, l’architetto Melandri e il barista Necchi. In questi anni Calamadonna svolse opera di propaganda presso le fabbriche di peli della zona e iniziò la produzione delle sue prime opere, con le quali tentava di fissare i punti cardine di quella che poi sarebbe diventata la sua visione del mondo. A tal proposito valga l’esempio di questo passo preso dal volume “Elementi di critica sociale e lotta operaia”, pubblicato nel 1928:
“o raga, i padroni ce le mettono nel culo abbestia, ce li vorrei vede’ loro a campa’ co uno stipendio di 20 lire al mese, quelle merde c’hanno tutti la Bugatti turbo e noi qui colle pezze al culo che non si sa nemmeno dove rimedia’ diocristo un po’ di tonno e du’ fagioli”
Si notano già in questa fase gli elementi cardine che caratterizzeranno tutta la sua futura produzione, quali lo sdoganamento della parolaccia e un’acrimonia che minchia, nemmeno Gasparri. Dopo il diploma, Calamadonna si iscrisse alla facoltà di Architettura e Filosofia Veterinaria Forense (la facoltà per chi ha le idee chiare) dell’università di Siena, dove si formò con i professori Mainardi (diritto privato), Della Vecchia (rovescio a due mani) e Tronfioni (smash e volé). Negli anni degli studi universitari ebbe a manifestare il suo disappunto per via che l’Erasmus non esisteva ancora e quindi non c’era verso di farsi non dico una svedese figa, ma nemmeno un’albanese guercia e coi baffi. Questo evento lo segnò per tutta la vita, tanto che a un certo punto, preso dallo sconforto, pensò pure di diventare finocchio3, decisione da cui recess recedé recedett poi decise che no. Nel 1935 Calamadonna consegue la laurea in una cosa chiamata SCENZE DELLA QUALLERA con una tesi dal titolo “Criteri di riordino antropologico come se fosse antani dell’archivio Fassoni del Gibuti, con fuochi fatui “, discussa (nel senso che litigarono di brutto e si arrivò persino alle mani) col Prof. De Palla4. Dopo la laurea. deciso a compiere un salto di qualità nella sua attività di militante rivoluzionario, Calamadonna allacciò rapporti con le cellule proletarie del triangolo industriale Milano-Torino-Agrigento e partì per il Nord Italia. Ma prese troppa rincorsa e andò lungo, ritrovandosi a TöndgrœdØnqvilst, ridente paesino della provincia di Oslo, dove ebbe tempo per pensare a quanto fosse testa di cazzo e prepararsi per l’azione che segnò il suo forzato ingresso in clandestinità, ovvero l’attentato al gerarca fascista Antenore Pillone, di cui però parleremo nel prossimo capitolo perché ora sono un po’ stanco.
(Continua)
- Cfr. Archivio storico Prefettura di Parma, Lettera del questore ai Reali Carabinieri di Saccomanno con oggetto “Quella merda di Calamadonna c’ha ripisciato sull’uscio, la volta che ce lo becco ce lo tronco di legnate”. [↩]
- la data in cui scadeva il pagamento della tassa sul frumento, così erano sicuri di non dimenticarsela [↩]
- A riprova di questo cfr. “B. Calamadonna, Epistolario, lettera all’amico Joao da Silva y Cardona (detto “Solange”) del 12. ottobre 1931, intitolata Madonna, mi sono scordato di registrare la puntata di Glee, ti prego dimmi che te lo sei ricordata te“ [↩]
- una versione rivista della tesi fu poi pubblicata nel volume Io Gino Bramieri vi racconto 100 barzellette, 1958, Mondadossi [↩]
Lo strano caso del Conte Coso

“Eeeh, ci sono più cose in cielo e in terra, caro Watson, che spermatozoi in una sborrata di Peter North”. Questa frase, che Sherlock Holmes aveva appena pronunciato con fare distratto, mi colpì moltissimo. Non come le sborrate di Peter North colpiscono gli occhi di quelle poverette con cui lavora (se di lavoro si può parlare), ma quasi.
Era già giugno inoltrato, ma a Londra l’estate tardava ad andarsene. Nel nostro appartamento al 221 di Baker Street regnava una strana atmosfera. Infatti, oltre ad una percentuale di azoto (N2) al 78,08%, ossigeno (O2) al 20,95%, argon (Ar) allo 0,93%, vapore acqueo (H2O) allo 0,33%, biossido di carbonio (CO2) allo 0,032% (320 ppm), neon (Ne) allo 0,00181% (18 ppm), elio (He) allo 0,0005% (5 ppm), metano (CH4) allo 0,0002% (2 ppm), idrogeno (H2) allo 0,00005% (0,5 ppm), kripton (Kr) allo 0,000011% (0,11 ppm), xeno (Xe) allo 0,000008% (0,08 ppm) e ozono (O3) allo 0,000004% (0,04 ppm), c’era anche un odore tipo di cane bagnato. Che Holmes avesse scorreggiato? No, più probabile che non si lavasse da due settimane, come gli capitava ogni volta che non aveva un caso per le mani.
Mi aveva rivolto la frase con cui ho iniziato questo mio modesto racconto in risposta a una domanda di carattere filosofico, una specie di giuoco intellettuale con cui provai a stimolare quelle eccezionali doti analitiche che lo hanno reso famoso in tutta Europa (e un po’ anche a Livorno) (Livorno merda raga), nelle speranza di scuoterlo dall’apatia in cui era sprofondato. Il quesito che gli avevo sottoposto era il seguente: “Holmes, ma visto che conviviamo nello stesso appartamento, e andiamo sempre a cena fuori insieme, e a teatro insieme, e alle corse dei cani insieme, e agli incontri di boxe insieme, e di qua insieme, e di là insieme, eh, ma senta un po’, non è che qui ci pigliano per due finocchi?”. Purtroppo, come il lettore avrà potuto verificare dal tenore evasivo della risposta che Holmes mi dette, egli non aveva accettato la mia piccola sfida, non trovandola probabilmente all’altezza delle sue eccellenti doti analitiche di cui eccetera e quindi niente, vaffanculo anche lui e che per la noia si comprasse i sudoki e non rompesse i coglioni.
Quel giorno avevo oramai finito il libro che stavo leggendo (l’autobiografia di Norberto Bobbio, con prefazione di Gigi Buffon) e stavo preparandomi per la rece su Anobii, quando la nostra governante e padrona di casa, la signora Hudson, ci annunciò che al piano di sotto si era presentata una persona che chiedeva insistentemente di Holmes. “Di chi si tratta, mia cara signora Hudson?”, chiese Holmes. “Mah, di uno”, rispose la cara signora Hudson. “Sticazzi”, disse Holmes. “Lo faccia salire”. Per un secondo, mentre spegneva la canna e si rendeva presentabile per il nostro ospite rinfilandosi l’uccello nei boxer, vidi nei suoi occhi quella scintilla di eccitazione che lo prendeva ogni volta che qualcuno si presentava al suo cospetto per proporgli un nuovo caso, e cioé il nutrimento di cui la sua vorace materia grigia aveva bisogno per cosare il coso lì, madonna che noia scrivere, che due coglioni.
Quando la persona si materializzò sulla soglia del nostro appartamento, stentai a credere ai miei occhi: si trattava infatti del ministro dell’interno in persona, Lord Westminston Jenkins-Salisbury, Conte di Essex. Cosa poteva spingere una personalità così importante a presentarsi in casa nostra, in perfetta solitudine, senza farsi annunciare secondo tempi e modalità consone? Che cazzo poteva mai volere?
“Cosa cazzo vuole?” chiese Holmes, che nutriva per le Istituzioni lo stesso rispetto del primo ministro italiano, Lord Silvio De Ballestroni, Conte di Arcore e Cavaliere dell’Olgettina (con la L, mi raccomando).
“Mister Holmes, lei è la nostra unica speranza”, fece Lord Westminston ecc.
“Nostra di chi?”, chiese Holmes.
“Nostra della nazione”.
“La Nazione il giornale?”
“No, la nazione il paese”.
“Quale paese? Avetrana?”
“No, il paese nel senso del Regno”.
“Quale regno? Quello che scambiarono per un cavallo?”
“Non credo si possa scambiare un regno per un cavallo, sono molto diversi”.
“Mi avevano detto che lei era molto intelligente, Lord Westminston Jenkins-Salisbury, Conte di Essex. Peccato per quel nome così lungo”.
“Chi gliel’ha detto?”
“Ne parlavano su Facebook.”
“Ah sì, avevo visto il link. Lei c’è su Farmville?”
“Sìsì. Ha bisogno che le mandi una tavola per finire la stalla delle mucche?”
“Sì”.
“Allora ha fatto bene a venire”.
“Veramente sarei qui anche per un’altra cosa”.
“E che aspetta a dirmela?”
“Prima voglio sapere chi è quel coglione”.
“Quel coglione è il dottor Watson, il mio coinquilino”.
Salutai rispettosamente.
“Ah sì, me l’avevano detto che eravate due froci”, disse Lord Sticazzi.
“Non di dice froci, si dice afroamericani”.
“Mi scusi, a volte noi della Lega Nord Britannica siamo un po’ rustici”.
“Volete ancora la secessione?”
“No, è passata di moda. Adesso vogliamo le quote latte”.
“Cazzo, ancora con Farmville?”
“E vogliamo anche il federalismo”.
“Si riferisce forse alla riforma costituzionale che, ispirata al pensiero di uomini come C. Cattaneo e V. Gioberti, conferisca maggiore autonomia a quelle istituzioni locali che i cittadini non tardano a individuare come più pronte a rispondere ai loro bisogni rispetto a un governo centralizzato che viene invece percepito come un lontano (sia in senso geografico che culturale) e insensibile moloch incapace di cogliere le intime istanze degli abitanti delle periferie che anzi si sentono sfruttati in quanto si immaginano percepiti solo come contribuenti a cui redistribuire una quota di risorse comunque minore rispetto a quella che viene ad essi tolta con l’imposizione di gabelle e/o balzelli?”
“Mah, più o meno. Mi stanno sul cazzo i terroni, diciamo”.
“E cosa ne pensa di questa nuova tecnologia, questo modo di produrre energia tramite l’uso del vapore?”
“Guardi, ne parlavo proprio ieri su www.forumvapore.it: quella delle centrali a vapore è una questione complessa, che non può essere affrontata come se fosse una partita di calcio (JUVE MERDA RAGA). Occorre valutare la cosa laicamente, senza isterismi o posizioni faziose dettate da ideologie ormai superate. Occorre misurarsi sulla questione con serenità, avvalendosi dell’apporto della scienza, e senza però che la centrale me la mettano vicino a casa mia, sennò diocaro gli do fuoco a loro e alle troie delle loro madri, quelle puttane sifilitiche rotte in culo, ma comunque no, diciamo che non sono sfavorevole a priori”.
“Bene. Senta, ha finito di rompere i coglioni?”
“Mah, direi di sì”.
“Non era venuto a sottopormi un caso da risolvere?”
“Non c’ho più voglia, sono stanco”.
“Facciamo un’altra volta?”
“Ma sì, tanto mi pare che fosse una cosa da poco”.
“Avrei forse dovuto ritrovare un’antico diadema sottratto dalla villa di qualche personalità in vista e che, nel caso fosse stato reso pubblico, avrebbe potuto recare nocumento al prestigio di tale persona? O avrei forse dovuto impiegare tutte le mie capacità induttive per scoprire chi, tra gli invitati al ricevimento, si fosse macchiato di un omicidio commesso in una camera inspiegabilmente chiusa dall’interno?”
“No, mi pare che c’era da tappare la bocca a un puttana minorenne che l’hanno intercettata mentre parlava con un’altra troia e le diceva di aver fatto una pompa al primo ministro. Mi pare sia la nipote del sindaco della Turchia, o così dice lei.”
“Ah, che peccato non poterle dare una mano”.
“Ma sì, non si preoccupi. Senta, prima di andarmene: chi è quel coglione?”
“E’ il dottor Watson, gliel’ho detto prima”.
Salutai rispettosamente.
“No, non lui… quello”.
“Ah, quello? E’ uno specchio”.
“Con una cornice di pregevole fattura, oserei dire”.
“No, quelle sono caccole”.
“Beh, s’è fatta ‘na certa, fo come Baglioni”.
“Arrivederci, Lord Westminston Jenkins-Salisbury, Conte di Essex.”
“A presto, Mister Holmes”.
“Speriamo di no”.
Quando il Conte Mascetti fu uscito, Holmes si rivolse a me con fare complice. “Eh, Watson”, mi disse. “Ha visto che razza di coglione?”
“A chi si riferisce?” chiesi.
“A quello che è appena andato via, Lord Westminston Jenkins-Salisbury, Conte di Essex.”
“Ah, credevo che dicesse quell’altro”.
“Quale altro?”
“Quello lì”.
“Ah, lo specchio. Nono, mi riferivo proprio a Lord Westminston Jenkins-Salisbury, Conte di Essex. Che ne dice di uscire fuori a vedere l’ultima rappresentazione di Gilbert & Sullivan?”
“Con piacere, Holmes. Ma prima si passa da McDonald’s, ché io c’ho una fame della madonna”.
“Vai, abbestia”, disse Holmes.
E fummo fuori. Come di consueto, Londra ci accolse avvolgendoci in una fitta nebbia, una bianca coltre dove le figure umane si facevano indistinte e l’impronta del crimine si faceva basta raga mi sono rotto il cazzo, saluto tutti quelli che mi conoscono
